
“Via libera alle assunzioni di mogli, figli e parenti nei gruppi politici!”
Basta un titolo gridato, un tweet al veleno, un post con tanti punti esclamativi. Poi il resto viene da sé: l’indignazione esplode, i commenti si moltiplicano, gli opinionisti improvvisati si lanciano in filippiche infuocate contro “la casta”. La notizia si diffonde alla velocità di un copia-incolla, e in poche ore diventa verità assoluta: il Consiglio regionale ha cancellato il divieto di assumere congiunti nei gruppi politici.
Uno scandalo perfetto. Troppo perfetto. Perché c’è un dettaglio, piccolo ma fondamentale, che sfugge a chi ha già estratto la fiaccola e il forcone: non è vero.
Il copione è sempre lo stesso. Qualcuno nota che, nel testo della nuova legge regionale, è stato eliminato un comma della normativa del 2014. Non importa che quel comma fosse solo una ripetizione già presente altrove nel testo. Non importa che il divieto di assumere mogli, mariti, figli e parenti sia ancora in vigore, sia a livello regionale che nazionale (grazie alla legge 174 del 2012).
Basta la suggestione: “Hanno tolto un divieto!” E così il meccanismo si attiva.
Una testata giornalistica scrive un articolo frettoloso, con un titolo ambiguo. Qualcuno lo condivide senza leggerlo. Poi arriva il tweet scandalizzato di un opinionista, magari con migliaia di follower. E nel giro di poche ore, ecco che la “notizia” diventa virale. La Regione starebbe aprendo le porte alla più classica delle Parentopoli.
A cercare di rimettere ordine interviene il presidente del Consiglio regionale, Piero Comandini: “Il divieto resta. Nessuno può assumere coniugi, conviventi o parenti fino al quarto grado nei gruppi consiliari.”
Una precisazione limpida, ma che arriva quando la valanga è già partita. Anche il consigliere Roberto Deriu conferma: “Abbiamo eliminato solo una ripetizione inutile. La norma è ancora lì e, in ogni caso, c’è la legge nazionale che vieta queste assunzioni.”
Ma le spiegazioni tecniche interessano a pochi. I dettagli giuridici annoiano, la rabbia è più facile da condividere. Così, mentre gli addetti ai lavori cercano di correggere il tiro, il pubblico continua a indignarsi.
Il caso è emblematico di un fenomeno ormai quotidiano: la velocità con cui si diffondono fake news basate su fraintendimenti o manipolazioni. La politica, da sempre bersaglio facile, diventa il campo ideale per questo tipo di narrazioni tossiche.
Perché la verità è meno attraente dello scandalo? Perché un titolo urlato genera più interazioni di un’inchiesta ben documentata? Forse perché la diffidenza nei confronti delle istituzioni è così radicata che ogni voce che conferma il pregiudizio trova un pubblico disposto a crederci senza verificare.
Così, mentre la Regione ribadisce che il divieto è sempre stato lì, mentre gli articoli correttivi escono con meno clamore, il danno è fatto. Il tweet originale resta nella memoria collettiva, l’idea che “se lo sono fatto da soli” continua a circolare.


