Referendum, Luchi: “È una questione di civiltà giuridica, non una battaglia politica”

L’avvocato cagliaritano spiega le ragioni del Sì
L’avvocato Aldo Luchi

Il referendum sulla riforma della giustizia divide la politica, ma per l’avvocato cassazionista cagliaritano Aldo Luchi il tema va affrontato lontano dalle contrapposizioni tra schieramenti. “Non parlerei neppure di battaglia ma di una questione di civiltà giuridica”, spiega. Secondo Luchi, la ragione principale per votare Sì è semplice: garantire finalmente un giudice davvero indipendente ed equidistante dalle parti. “Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, condividono percorsi professionali e carriere e, in alcuni casi, si occupano anche delle rispettive valutazioni di carriera, soprattutto nell’ambito del Consiglio superiore della magistratura”, osserva. Con la riforma, invece, “l’accesso separato ai ruoli e ai concorsi farebbe sì che giudice e pubblico ministero non siano più colleghi di corso, né parte della stessa carriera.” Per Luchi questo cambiamento inciderebbe direttamente su maggiori garanzie di imparzialità nel processo. “Un cittadino che si trova davanti a un giudice deve sapere che chi lo giudica non appartiene allo stesso ufficio e alla stessa carriera di chi lo accusa.”

No alla politicizzazione del confronto

L’avvocato ritiene che la forte politicizzazione del confronto sul referendum sia un sviamento rispetto al merito delle questioni legate al quesito referendario. “Lo scontro politico è un errore compiuto da chi non ha argomenti tecnici, sia a favore che contro. In realtà questa è una battaglia dell’avvocatura, ma non solo. È anche l’evoluzione naturale del modello accusatorio introdotto dal nuovo codice di procedura penale e rafforzato dalla riforma costituzionale del 1999 sul giusto processo.” Secondo Luchi, infatti, non può esistere un giusto processo senza un giudice realmente imparziale. “Negare l’importanza di questo principio significherebbe tornare al modello inquisitorio, dove il giudice finisce per invadere il campo dell’accusa e il pubblico ministero dispone di poteri molto più ampi rispetto alla difesa. In quel sistema la tesi dell’accusa tende a essere percepita come verità anche per un naturale condizionamento.”

L’indipendenza dei PM

Infine Luchi respinge le critiche secondo cui la riforma potrebbe portare a una magistratura sotto il controllo della politica. “Chi sostiene questa tesi dovrebbe spiegare tecnicamente come sarebbe possibile. In realtà, per la prima volta viene esplicitata in Costituzione l’indipendenza del pubblico ministero. L’articolo 101, che sancisce l’indipendenza dei giudici, non viene modificato e non esiste alcuna norma che preveda una subordinazione del pm all’esecutivo. Parlare di rischio di controllo politico è una suggestione usata per alimentare timori in assenza di argomenti giuridici.” Per l’avvocato cagliaritano, dunque, il referendum rappresenta soprattutto un passo avanti nella cultura del processo. “Non è una battaglia politica – conclude – ma un tema di civiltà giuridica.”

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