
Ogni anno in Sardegna si consumano 750 milioni di metri cubi d’acqua. Più della metà si disperde prima di arrivare a destinazione, intrappolata in una rete idrica che fa acqua da tutte le parti. È il nodo strutturale emerso al convegno organizzato in Consiglio regionale dagli ex consiglieri, ma più che un’emergenza è una diagnosi reiterata.
A discuterne, tra gli altri, l’assessore ai Lavori pubblici Antonio Piu, il presidente del Consiglio Piero Comandini, Abbanoa, Enas, Anbi e Anci.
Il sistema sardo, sulla carta, ha numeri che potrebbero garantire autonomia idrica: 59 dighe, quasi due miliardi di metri cubi di capacità d’invaso, una gestione regionale unificata. Ma sono numeri che non bastano più. Le condotte sono vecchie, gli investimenti frammentati, i piani restano spesso al palo. E intanto il clima cambia.
Non mancano gli strumenti né le competenze. Manca una regia. La governance della risorsa è divisa tra assessorati, e i Comuni – primi bersagli dei disservizi – restano ai margini. La presidente di Anci Daniela Falconi ha chiesto una riforma in senso federale, ma la Regione frena: senza risorse, cedere quote di Abbanoa sarebbe un danno erariale.
Nel frattempo, come ha ricordato il professor Querzoli, la temperatura media in Sardegna è salita di 2,1 gradi in vent’anni. L’acqua non è solo potabile o agricola. È ambientale, sociale, politica. E continuerà a mancare, finché si continuerà a trattarla come un dettaglio tecnico.


