
Un tempo, nei paesi della Sardegna, le persone si conoscevano per soprannome, la comunità si reggeva su legami di sangue e di vicinato, e la morte non era ancora un fatto burocratico, ma un evento condiviso. Al calar del sole, poteva capitare che piccole figure femminili, vestite di nero, percorressero silenziose le strade. A queste donne si attribuivano nomi diversi: c’era chi le chiamava “sacerdotesse della morte”, chi “donne esperte”. Per molti, erano semplicemente s’accabadora.
Il termine deriva dallo spagnolo acabar (finire), e il compito di queste donne era proprio quello di accompagnare i moribondi oltre la soglia della vita, quando l’agonia si prolungava troppo. Una sorta di eutanasia ante litteram, che rispondeva tanto alla compassione per chi soffriva, quanto a ragioni pratiche: nelle comunità agropastorali, un malato senza speranza diventava un peso insostenibile per la famiglia, sottraendo tempo e risorse preziose alla sopravvivenza collettiva.
Da sempre ci si interroga sull’esistenza reale di queste figure. Folklore o verità? Già nel 1826, Alberto La Marmora, nella prima edizione del Voyage en Sardaigne, si disse certo della loro presenza nell’isola, ma nel 1839, nella 2° edizione, smorzò i toni, forse per le polemiche suscitate. Tra i suoi interlocutori vi furono l’abate Vittorio Angius, osservatore rigoroso della realtà sarda, e il direttore de L’Indicatore Sardo, Giuseppe Pasella, che lo accusò di screditare il popolo con queste storie.