
«È l’inizio della fine della guerra», ha dichiarato Donald Trump annunciando l’intesa tra Israele e Hamas per la prima fase del cessate il fuoco a Gaza. L’accordo, mediato da Washington con il sostegno di Qatar ed Egitto, prevede la liberazione di venti ostaggi israeliani in cambio di circa millesettecento detenuti palestinesi e il ritiro parziale dell’esercito da alcune aree della Striscia.
A Gaza, dove il cessate il fuoco dovrebbe entrare in vigore entro 48 ore, la tregua è accolta come una sospensione del terrore più che una pace. Le famiglie sfollate tornano lentamente verso le rovine delle proprie case, mentre gli aiuti umanitari dell’ONU e della Mezzaluna Rossa iniziano a entrare attraverso il valico di Rafah. I leader di Hamas parlano di “vittoria della resistenza”, ma le ONG segnalano che l’emergenza sanitaria e alimentare resta gravissima.
A Tel Aviv la notizia è stata accolta con sollievo e scetticismo. Migliaia di familiari degli ostaggi si sono radunati in piazza dei Rabin chiedendo «tutti a casa, subito», ma tra i manifestanti è emersa anche la paura di un accordo che possa consolidare il potere di Hamas. Nel gabinetto di sicurezza, la frattura è evidente: i ministri ultranazionalisti Smotrich e Ben-Gvir contestano la linea di Netanyahu, accusandolo di “cedere al terrorismo”. Il premier, consapevole della pressione internazionale, ha scelto una posizione di equilibrio: «Ogni ostaggio che rientra è una vittoria, ma la sicurezza di Israele resta prioritaria».
Sul piano diplomatico, Stati Uniti, Unione Europea e Lega Araba definiscono l’accordo un “passo necessario ma fragile”. A Gerusalemme, il presidente Herzog invita alla “responsabilità storica” e i capi dell’esercito sottolineano che “nessuna pace regge senza garanzie di sicurezza”. Il prossimo test sarà la seconda fase del piano, che dovrà definire chi controllerà Gaza dopo il ritiro israeliano.


