“Hope”, dai cieli di Roma l’esordio pisichedelico di Federico Verducci (di Roberto Deriu)
Il libro Hope, di Federico Verducci
Non devono distogliere il lettore taluni virtuosismi e talune citazioni erudite, come un gustoso passaggio di puro ritmo futurista, citazione che l’Autore con sapienza e indulgenza riserva ai più anziani dei suoi seguaci.
Se l’imponente suggestione connotativa è dunque la più esaltante sorpresa dello Scrittore, la profondità della lettura socio-antropologica è l’aspetto che forse colloca il romanzo tra quelli capaci di essere considerati pietre miliari del percorso culturale di una nazione.
Roma e l’Italia di Federico Verducci, abilmente travestite da palcoscenico della generazione materna e paterna, divengono in realtà il teatro della transizione del Belpaese di oggi.
Quell’Italia priva di telefonini e personal computer, ripropone nella sua dura e cruda disperazione di società dei frammenti etico-morali, il ritmo convulso e travolgente proprio dei nostri giorni.
Trionfa il perdente Andrea Costa, il nuovo Antieroe italico, sovraccarico di difetti e fobie, immerso nella proletarizzazione di ogni ruolo e categoria sociali, eppure capace di una catarsi generazionale e nazionale paragonabile alle liturgie di massa delle coppe del mondo di calcio.
L’Italia seria e borghese dell’ispettore Neri, quella solidale, competente e umana dello psicologo Antonio Mancini, sono riscattate e proposte a modello di riscatto solo grazie al sacrificio di chi riemerge con forza e nuova consapevolezza dal declino.