
L’epidemia a bordo della nave MV Hondius, i primi morti e i contagi hanno subito riportato alla mente di molti il laboratorio di Wuhan e il Covid-19. Ma il punto di vista del direttore della struttura complessa di Malattie Infettive del Santissima Trinità, Goffredo Angioni, pur prudente, è confortante. In primo luogo perché la contagiosità è inferiore e i dati a disposizione non destano particolare preoccupazione, ma anche per le modalità di contagio.“Di solito”, spiega, “non riguarda l’uomo. Una forma di Hantavirus si trasmette inalando polveri contenenti particelle di urina o feci di roditori infetti. C’è un’altra forma che può passare da uomo a uomo, ma richiede un contatto prolungato e ravvicinato. Per esempio, a bordo di un aereo, vengono monitorate la fila antecedente e quella successiva al caso sospetto.” Angioni ricorda che in tutti i Paesi l’OMS e il Centro europeo per il controllo delle malattie stanno procedendo secondo i protocolli nel monitoraggio della situazione. “L’unico problema rispetto alla puntuale individuazione dei casi risiede nell’incubazione molto lunga, amche circa sei settimane, e nella possibile manifestazione tardiva dei sintomi, perfino dopo un mese”, precisa. Giusto, pertanto, disporre una rigorosa quarantena per i passeggeri della nave. Nella forma respiratoria, i sintomi sono analoghi a quelli dell’influenza, ovvero febbre, dolori articolari e mialgie. Le forme più gravi, invece, coinvolgono anche l’apparato cardio-circolatorio e possono essere mortali in tempi brevi. Secondo gli studi, l’Hantavirus ha radici antiche: ci sono testimonianze nei paesi orientali risalenti a centinaia di anni fa, successivamente colpì circa 3000 soldati durante la guerra di Corea negli anni ’50 e si è ripresentato negli anni ’80. Un vaccino non esiste. La risposta consiste nelle ordinarie terapie e nel supporto respiratorio, laddove necessario.


