
Ferrara, 5 luglio 2026. Stadio Paolo Mazza, ore 15:30. Quando la sirena finale ha sancito il 48-6 sui campani Honey Badgers Formigine, i Crusaders Cagliari sono diventati campioni d’Italia di football americano per la prima volta dopo sedici anni. Una stagione perfetta con sei vittorie su sei nel girone, playoff senza sconfitte, finale dominata e una storia che va ben oltre il campo. L’abbiamo ricostruita con i protagonisti.
Come si vive una giornata del genere?
«È difficile trovare le parole giuste. La squadra è stata veramente magica oggi. Questo titolo è il coronamento di un percorso durato anni, in cui non abbiamo mai smesso di crederci. Quest’anno volevamo la vittoria più di chiunque altro. Sono felicissimo e fiero di ognuno di noi, dalla prima all’ultima persona.»
Eppure il football americano resta uno sport di nicchia in Italia. Vale la pena di tutto questo impegno?
«Il football americano può sembrare una realtà piccola in Italia, ma noi giocatori ci facciamo un mazzo enorme per portare avanti questa passione. Ringrazio davvero tutti, dal quarterback al coach, perché questo successo sembra un sogno. Vale ogni sacrificio.»
Due titoli nazionali consecutivi. Cosa significa?
«Il merito va interamente ai miei compagni, sia presenti sia passati. Lo dovevo a loro l’anno scorso e lo dovevo a loro anche quest’anno. Senza questi ragazzi non avrei fatto nulla di ciò che ho fatto, non avrei vinto due campionati consecutivi.»
Come avete affrontato mentalmente questa finale?
«È solo una questione di fame, di impegno, di sacrificio e di mettere il proprio corpo a disposizione della squadra. È una cosa che ci ripetiamo da molte partite: volevamo questa coppa più degli altri. Fine. Alla fine i risultati si vedono sul campo.»
Sembrava quasi non riuscire a trovare le parole nel dopopartita…
«Giuro, sono nove anni che rincorriamo questo traguardo. Siamo partiti letteralmente dalle ceneri per arrivare fino a qui, ve lo giuro. Ricordo il mio primo anno, le sconfitte e i sacrifici, e poi da lì è iniziata la nostra scalata, anno dopo anno, passo dopo passo. Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta davvero.»
Sei sceso in campo con un infortunio al ginocchio e hai segnato un touchdown da 29 yard. Come è stato possibile?
«Adesso sto bene, mi sono solo spaventato un attimo. Purtroppo sono sceso in campo con un infortunio al ginocchio abbastanza importante ed ero davvero esausto. Ho fatto di tutto per essere qui oggi, spendendo anche soldi di tasca mia pur di recuperare in tempo.»
Soldi di tasca tua?
«Ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ma io so quanto cuore ci ho messo per tornare a giocare. Questa settimana non sono nemmeno rientrato a casa pur di stringere i denti. Volevo esserci anche solo per dare il mio contributo ai miei fratelli di squadra. Solo ed esclusivamente per loro.»
La partita è sembrata in bilico solo nel primo quarto. Cosa è cambiato?
«Secondo me la differenza l’ha fatta la linea di difesa. Dal secondo quarto in poi è diventata molto più aggressiva, riuscendo a chiudere ogni varco agli avversari. Anche noi linebacker al secondo livello abbiamo alzato l’intensità e la durezza dei colpi, riuscendo a bloccarli nei momenti decisivi.»
C’è stato un momento in cui avete capito che era finita?
«Il primo quarto è stato molto sudato, ma siamo stati bravi a correggerci in corsa. Oggi avevamo la mentalità giusta: per tutta la fatica che abbiamo fatto quest’anno, dovevamo vincere a tutti i costi. Da un certo punto in poi lo sapevano anche loro.»


