
“Il capitale che cresce” di Monica Biancardi è un racconto lungo diciassette anni. Un percorso che si attraversa e che lascia segni.
Dal 24 aprile al 14 giugno 2026, il museo ospita un progetto che nasce in Palestina e si sviluppa nel tempo, seguendo la crescita di Sara e Saleha, due gemelle beduine incontrate dall’artista durante uno dei suoi viaggi e ritratte con continuità fino all’età adulta. Le immagini costruiscono una sequenza rigorosa: bambine, adolescenti, donne. Stesso sguardo, stesso spazio, tempo diverso. Qui sta la forza del lavoro.
Le fotografie, in bianco e nero, realizzate con macchina analogica di medio formato, restituiscono con precisione la trasformazione fisica e, insieme, quella più profonda legata all’identità, ai ruoli sociali, alle possibilità di vita. Gli sguardi cambiano, si fanno più consapevoli, più duri. Il contesto resta, ma si restringe. Il progetto si fonda su una relazione costruita nel tempo tra artista e soggetti, fatta di presenza discreta e continuità.
Questo elemento attraversa tutte le immagini e ne determina la tenuta narrativa: non singoli scatti, ma un processo. Il percorso espositivo amplia questa lettura. Le mappe incise su plexiglas raccontano la frammentazione progressiva del territorio palestinese dal 1917 a oggi.
Un video segue il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen. I disegni dei bambini introducono un altro livello: il mare immaginato, perché vicino ma inaccessibile.
Curata da Chiara Gatti, direttrice del MAN, la mostra è sostenuta dal PAC – Piano per l’Arte Contemporanea del Ministero della Cultura e si inserisce nella programmazione del museo come progetto che utilizza l’arte contemporanea per leggere le trasformazioni del presente.
Il titolo chiarisce la direzione: Il capitale che cresce.
Non economico, ma umano. Tempo, esperienza, cambiamento.
La mostra si apre con un talk in programma il 23 aprile, vedrà la curatrice in dialogo con l’artista sui temi centrali del lavoro: il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà.
All’uscita resta un’impressione precisa. Quella di aver seguito una crescita. E di aver visto cosa significa, davvero, attraversare il tempo.