
Lo portano dentro in catene, è il 14 aprile 1992.L’aula è gremita, le urla della folla rimbombano nei corridoi, le madri vogliono vederlo in faccia, hanno in mano le foto dei figli. Lui ha gli occhiali storti e la camicia fuori dai pantaloni, siede in una gabbia di ferro e ride. Il giudice gli chiede il nome, lui lo dice, poi si alza. Apre la bocca e parla: “Io non credo in Dio, io non credo nell’uomo, io sono il male che avete lasciato crescere.”Silenzio. Poi ricomincia: “Li ho uccisi tutti, bambini, donne, ragazzi. Perché in quei corpi c’era la vita, e io non l’ho mai avuta. Perché loro avevano qualcosa che io non avrò mai.” Parla per ore, racconta tutto. Il sangue, i pianti, le grida. Racconta di come li trascinava nei boschi, di come tagliava, di cosa cercava. Di come sentiva il cuore degli altri spegnersi sotto le sue mani, di come, solo allora, il suo cominciava a battere. La corte lo ascolta attonita. Nessuno ha mai sentito nulla di simile. Io sono un errore, ma sono nato da voi. Mi avete creato, ignorato, dimenticato. E adesso siete venuti a guardare ciò che vi spaventa.”
L’uomo ha 56 anni, è accusato di 53 omicidi, ma lui dice: “Sono molti di più.”
E tutto inizia in un villaggio gelato.
In un inverno che non ha fine.
In un fiume che restituisce il primo corpo.
Dicembre 1978. Šachty,oblast di Rostov, Unione Sovietica. Fa freddo, quel freddo che spezza le ossa e graffia la pelle, Il fiume Grushevka scorre piano, incrostato di ghiaccio. Le fabbriche fumano in mezzo alla gente che cammina di fretta, tutto è grigio, tutto è spento. Una bambina sparisce, si chiama Lena Zakotnova, ha nove anni, l’ultima volta la vedono alla stazione, poi più nulla. La madre corre al commissariato, le dicono di aspettare. “Sarà scappata.” Ma lei non ci crede.
Dopo due giorni, la trovano, è nel fiume. Il suo corpo galleggia tra i rami, ha la gola tagliata, le mani gelate, la pelle bianca come la cera, nuda, picchiata, violentata. Nessuno riesce a dimenticare quella scena, nemmeno gli agenti, abituati al peggio. Nessuna traccia, nessun testimone, ma c’è un uomo che in quei giorni si aggira nei pressi della stazione. È magro, ha gli occhiali spessi, cammina in modo nervoso, si chiama Andrej Čikatilo, è un insegnante, un padre di famiglia, un uomo qualunque. Lo interrogano, suda, si contraddice ma lui ha un alibi, e così la colpa ricade su un altro. Un ragazzo viene arrestato, torturato, condannato, e poi fucilato nel 1984. Intanto, Čikatilo è libero, cammina in mezzo alla neve e ha appena scoperto come si fa a sparire nella normalità.
Lavora in una scuola tecnica, insegna letteratura russa, ha modi cortesi e voce calma, i colleghi pensano che in effetti è strano, ma in fondo innocuo. Le madri lo ringraziano quando accompagna a casa le figlie, è educato e per questo passa inosservato e a lui va bene così. Ha una moglie e due figli, un appartamento piccolo in periferia, pieno di libri e di oggetti fuori posto. Ma ha anche qualcos’altro: un mondo sotterraneo che nessuno vede, un cassetto chiuso a chiave. Fotografie, lame, spilli infilati nei quaderni e appunti, pagine e pagine scritte di notte in una lingua sua. Le chiama “Le regole” Regole per controllare il desiderio, regole per non farsi scoprire, regole per non provare alcun sentimento. La moglie racconta che ogni tanto sparisce per ore, dice che va in biblioteca, che ha bisogno di camminare, ma torna sempre sudato e con le mani sporche.
Una volta lo trovano nei boschi, che fissa un ramo come fosse un animale morto.
Dice che si è perso, gli credono. Gli credono Perché è solo un professore, gentile e riservato. Ma il male, quello vero, cammina, saluta, sorride e ogni tanto prende appunti.
È il 27 luglio 1984. Fa caldo, l’aria vibra sopra i binari.
Shakhty, sud dell’Ucraina. Lei si chiama Lyubov Biryuk, ha diciassette anni, la frangetta spettinata e un vestito leggero, sta tornando a casa, cammina lungo i binari, poi attraversa un campo. Non la rivedranno più. Due giorni dopo, in una radura, due contadini trovano qualcosa, prima la scarpa, poi la gamba e poi il resto. Il corpo è lì, tra le spighe spezzate, in una posizione innaturale. Nuda, la pelle graffiata, e il volto scavato, le mani sono aperte, come se avesse implorato, ma non c’è pietà nel taglio che ha al collo. Né nelle ferite che le aprono il ventre. Chi è passato da lì non ha ucciso per amore, ha colpito con furore, con metodo. La perizia parla di strangolamento, poi mutilazioni, ma c’è di più. Chi l’ha fatta a pezzi ha provato qualcosa, ha provato piacere. I medici legali dicono che la vittima è stata seviziata anche dopo la morte. Le indagini partono lente, come sempre e lui intanto è già lontano, cammina per le vie di Rostov con una borsa piena di cordicelle, vaselina e lamette, è in cerca di un’altra preda.
E questa volta, sarà un bambino.
Rostov, 2 agosto 1984.
Il corpo ha le braccia tese in avanti, come se stesse ancora cercando di aggrapparsi alla vita. È un bambino, ha undici anni, si chiama Dmitry Ptashnikov. Sparisce mentre va in bici a trovare un amico. La madre aspetta per ore, poi chiama la polizia, iniziano le ricerche. Passano giorni, poi un ferroviere nota qualcosa sui binari, all’altezza del cimitero. È lui, Dmitry è nudo. Ha la gola squarciata, i genitali asportati, la cavità oculare svuotata. Il volto è stato colpito più volte con un oggetto appuntito. Accanto, impronte nel fango. Una sola direzione,il corpo è stato trascinato lì. L’autopsia conferma: l’assassino ha colpito con violenza, poi ha agito con precisione chirurgica. C’è una lama, ma c’è anche qualcos’altro. Mancano porzioni di muscolo, pezzi di carne tagliati via. Come già successo in altri casi, la stampa tace. L’URSS non ammette i serial killer, la verità è scomoda, ma qualcuno comincia a collegare i delitti, una squadra segreta si mette al lavoro, e un nome comincia a tornare: Andrej Čikatilo. È di nuovo lì, vicino alla stazione, osserva i binari, le biciclette, i bambini soli, e intanto, prende appunti e nel prossimo quaderno, ci sarà scritto un nuovo nome.
Andrej Romanovič Čikatilo nasce il 16 ottobre 1936, in Ucraina, nel villaggio di Yablochnoye, oblast di Sumy. È il secondo figlio di una famiglia poverissima. lI fratello maggiore, Stepan, è stato ucciso e, si dice, mangiato dai vicini durante la carestia del ’33, la Holodomor, la grande fame. Cresce con questa storia nella testa: il fratello divorato. Una storia che porterà dentro per tutta la vita, vera o no. Il padre, Roman, torna dalla guerra con la tubercolosi, zoppicante. La madre, Anna, è dura, fredda. Lo picchia, lo umilia, lo accusa di essere debole, malato, inutile. Vivono in una capanna senza acqua né luce, Andrej bagna il letto fino a 12 anni e a scuola lo prendono in giro, è timido, ha la voce flebile. Soffre di impotenza, ma non lo sa ancora, inizia a sentire solo che dentro qualcosa manca, e quella mancanza diventa rabbia. A 14 anni un giorno vede una compagna di scuola cadere, ha le ginocchia sbucciate. Si eccita per la prima volta, non capisce, ma lo ricorda. Diventa un bravo studente tanto da laurearsi in filologia, Andrej Čikatilo cerca riscatto. Lavora come insegnante, poi tecnico, si sposa e da quel matrimonio nascono due figli. Ma nessuno lo conosce davvero. Scrive, annota, osserva i bambini soli e le donne stanche. Nel 1973 viene arrestato per molestie su una studentessa e viene licenziato. Andrej Čikatilo non è pazzo, è il prodotto perfetto del gelo e della fame., e quando comincia davvero, lo fa col volto di un padre, con la mano di un boia.
Si chiama Aleksandr Kravchenko. Ha 25 anni, vive a Shakhty. È un ex detenuto, ha precedenti per stupro, e questo basta. Quando nel 1978 viene trovata la piccola Lena Zakotnova col collo tagliato e il corpo spezzato nel fiume, serve un colpevole, uno subito. Čikatilo viene interrogato, ma ha un alibi. Kravchenko no, e allora lo prendono. Gli agenti lo massacrano di botte, lo tengono sveglio per giorni, alla fine, confessa, una confessione senza senso, piena di contraddizioni, ma è sufficiente. Nel 1984 viene condannato a morte, viene fucilato. Solo che non è lui.
Lo sanno, ma tacciono. Perché ammettere un errore vorrebbe dire ammettere che un mostro è ancora libero,e quel mostro, in quegli stessi anni, sta ancora uccidendo. Taglia, squarta, si sposta tra Rostov e Novosibirsk. La stampa tace, il KGB osserva, ma i morti aumentano. Nel 1985 un funzionario della polizia nota le analogie tra i delitti, viene creata una squadra speciale. L’indagine segreta parte, ma c’è un nome che torna, sempre: Andrej Romanovič Čikatilo. E adesso, qualcuno comincia ad ascoltare, perché c’è una firma, un metodo, una fame.
E il sangue versato grida più forte del silenzio di Stato.
Autunno 1985. Rostov-sul-Don. Un’altra ragazza sparisce, si chiama Tamara Rybalchenko ha sedici anni. Cammina vicino alla stazione, qualcuno la vede l’ultima volta sotto la pioggia, con un ombrello rosso, poi il vuoto.
Passano settimane. Il 5 novembre, il suo corpo riaffiora dal fiume Don, ha il volto sommerso nel fango, le mani strette sul petto, le cosce tagliate. La gola è recisa.
La perizia parla chiaro: strangolamento, mutilazioni genitali, asportazione di tessuti molli, e ancora una volta, mancano pezzi. Le ferite non sono casuali, Il cuore è stato colpito con violenza, la lingua strappata. Sul corpo restano segni di morsi. Il medico legale annota: “Porzioni di carne, sono state rimosse”. A Rostov comincia a circolare una voce, che ci sia un uomo che uccide e poi mangia. L’Unione Sovietica è ancora chiusa, la stampa tace, la polizia insabbia. Ma gli investigatori segreti, quelli che seguono il caso fuori dai protocolli ufficiali, cominciano a mappare i delitti. E trovano un disegno, le vittime scompaiono sempre tra stazioni, boschi, corsi d’acqua, e l’acqua, ogni volta, restituisce qualcosa. Come se il fiume stesso si rifiutasse di tacere, ma il mostro non è sparito, è ancora lì. E a un certo punto, sarà proprio la polizia a fermarlo, ma lo lasceranno andare.
Rostov, 1984. Andrej Čikatilo viene fermato. Ha un’aria nervosa, un cappotto logoro e una borsa di cuoio. Dentro ci sono una corda, del lubrificante, un coltello da cucina e una mela. Gli agenti lo osservano da giorni, è spesso nei pressi delle stazioni, sempre solo, sempre a guardare. Lo portano dentro e lo interrogano. Non riesce a giustificare il contenuto della borsa, suda, balbetta, gli fanno il prelievo. Ma c’è un problema, il sangue è gruppo A, lo sperma trovato sui cadaveri, gruppo AB, non combacia, lo rilasciano. Nessuno sa che Andrej è affetto da una anomalia rara: il suo fenotipo ematico non coincide con il secreto seminale. È biologicamente colpevole, ma scientificamente invisibile. E così torna libero. Tra il 1985 e il 1990, uccide ancora, altre donne, altri bambini. Il sangue scorre nei boschi, nei campi, lungo i binari, ma lui resta un’ombra. Ottobre 1990. La squadra investigativa guidata dall’ispettore Issa Kostoyev mette in atto un’operazione segreta. Čikatilo viene seguito, spiato, pedinato. Lo vedono aggirarsi tra i binari, parlare con bambini soli, sparire nei boschi. Lo arrestano di nuovo. È il 20 novembre 1990. Stavolta le prove sono ovunque: le scarpe, le mappe, gli oggetti nella borsa, i luoghi, i treni. E infine: la modalità, il taglio, il vuoto. Ogni delitto parla la stessa lingua. Lo mettono in cella. I primi giorni tace. Ma poi comincia a parlare. E da quel momento, sarà solo un lungo viaggio nel buio. Lo fanno parlare, e lui parla.
Per settimane, con voce ferma, senza emozione. Racconta tutto, disegna i corpi, indica i luoghi. “Tagliavo le parti che mi sembravano piene di vita., volevo portarmele via.” Dice che non provava piacere sessuale, ma un’ebrezza mentale.
“Mi sentivo potente, superiore, era come possedere un’anima attraverso il dolore.”
Lo psichiatra Bukhanovsky lo ascolta. Prende appunti e gli porge i fogli dei suoi quaderni. Andrej sorride. “Quelle sono le mie regole, le mie leggi, le uniche che conosco.” Ne ha decine, fogli sparsi, disegni infantili, schizzi di corpi, simboli. In uno ha scritto: “Per smettere di essere invisibile, devi entrare dentro qualcuno, tagliare è come vedere, strappare è come capire.”
Racconta che sentiva le vittime respirare mentre le mutilava. “È in quel momento che diventano vere.” Ha ucciso 53 persone, ma forse sono di più. Nessun rimorso, solo rabbia. “Mi avete fatto così, ora guardate.” E ora la corte deve decidere se è pazzo, o semplicemente il volto più feroce dell’umanità. Mosca, 14 aprile1992.
Andrej Čikatilo ascolta la sentenza dentro una gabbia.
Colpevole, Cinquantatré volte,condanna a morte. Ride, sorride ai familiari delle vittime, li fissa, li provoca.” Il 14 febbraio 1994, due anni dopo, lo portano in una cella bianca, gli dicono di inginocchiarsi e lui lo fa. “Non fatemi aspettare troppo.” Un colpo solo, alla nuca. Qui finisce Andrej Čikatilo con una bocca aperta che non smette di ridere.
E forse, qualcuno, nel buio, quella risata la sente ancora.