
È l’estate del 1984, a Los Angeles il caldo sfonda le pareti, le finestre restano socchiuse per far passare un filo d’aria, ma quella breccia, in alcune notti, diventa la porta d’ingresso dell’orrore. Una famiglia dorme mentre il ventilatore gira a vuoto. Nessuno sa che c’è qualcuno là fuori. Cammina scalzo, la pelle sudata, i capelli lunghi, i denti corrosi, e negli occhi qualcosa che non ha un nome. Ha già scelto la casa, scavalca, entra. La prima cosa che colpisce è l’odore: polvere, carne, vita. Poi la vista del divano, delle foto di famiglia, di un bicchiere lasciato sul tavolo. Lui sorride, in mano ha un coltello, nell’altra una pistola. E nella testa, un’idea sola: fare del male. Non per soldi, ma solo per fame. Quando il mattino dopo arriva la polizia, non capisce subito cosa sia successo. Le stanze sono state attraversate come da una presenza invisibile. Una donna è stata violentata, un uomo ucciso con un colpo secco. Eppure non c’è una logica né una ragione.
Solo il male, entrato dalla finestra, è quella, purtroppo, è solo la prima. La città comincia a tremare, il cacciatore è appena uscito dal buio.
Richard nasce a El Paso, Texas, nel 1960, ultimo di cinque figli. Il padre è un ex poliziotto messicano, violento, che lo picchia a sangue. La madre lavora in una fabbrica di scarpe impregnando i polmoni di sostanze tossiche. Richard cresce tra urla, botte, e paura. Soffre di epilessia fin da piccolo, dorme per terra, accanto al letto del cugino Mike, reduce dal Vietnam. Mike è un uomo inquieto, con occhi vuoti e una mente infestata dai morti. Mostra a Richard le foto dei suoi omicidi, donne legate, stuprate, uccise. Gli insegna a usare le armi, gli racconta che la guerra ti entra nelle ossa e lì ci resta. A dodici anni, Richard assiste all’omicidio della moglie di Mike: un colpo in fronte, sparato davanti a lui. Il cervello esplode sul muro, il corpo cade, il sangue cola. Nessuno lo aiuta, nessuno gli dice che non è normale. Comincia a drogarsi, a rubare, a isolarsi. Dorme nei cimiteri, ascolta i Black Sabbath, guarda film horror a ripetizione e non parla con nessuno. I denti iniziano a marcire. Non si lava, non si cura, il suo odore è acido, il suo sguardo assente. In quella casa maledetta non è nato un uomo, ma qualcosa che sa solo osservare il buio e imparare a muoversi dentro. E il buio, adesso, lo sta portando altrove.
Richard Ramirez arriva a Los Angeles nel 1983, ha ventitré anni e una fame che non conosce nome. Vive tra Skid Row e le ombre, ruba auto, dorme negli angoli delle stazioni, si muove come un predatore senza regole, né volto. Le droghe lo accompagnano ovunque: crack, cocaina, acidi. Non ha lavoro, non ha futuro, non ha identità. Solo una voce dentro che mormora e comanda. Si riempie di simboli. Disegna pentacoli sul muro. Legge la Bibbia al contrario. Ripete ad alta voce frasi in lingue mai sentite. Venera Satana, lo invoca. Sceglie le vittime a caso. Nessuna logica, nessun profilo. Vecchi, bambini, donne, coppie. Basta che siano vivi, basta che abbiano paura. La prima vittima accertata è Jennie Vincow, 79 anni. La ritrovano nel letto, pugnalata alla gola, con il corpo squarciato e segni di stupro. Ramirez è entrato da una finestra, ha agito in silenzio, poi ha lasciato la scena come fosse niente. I delitti iniziano a moltiplicarsi. I giornali non capiscono, la polizia brancola. Lui colpisce ancora, e ancora, senza schemi. Entra nelle case in piena notte, stupra, uccide, tortura, deride. Inizia a firmarsi lasciando croci rovesciate, scritte sataniche, minacce ai vivi. Ha trovato il suo linguaggio. Un alfabeto fatto di sangue, paura e buio. E quel linguaggio, da ora in poi, si diffonderà come un virus.
Nel luglio 1984 Richard Ramirez è già il mostro delle tenebre. Entra nelle case come un’ombra. Non forza porte. Non lascia impronte, si insinua nelle crepe delle finestre socchiuse. Quando lo fa, nessuno lo sente, solo il buio lo conosce. Sceglie le sue vittime con casualità feroce, non importa l’età, il genere, lo stato sociale, importa solo che ci sia vita da spezzare. Le modalità sono ogni volta diverse. Pistole, coltelli, spranghe. Il filo elettrico per legare, il nastro adesivo per zittire, i piedi nudi per non lasciare tracce.Nella notte tra il 17 e il 20 marzo 1985, uccide Dayle Okazaki, 34 anni, e Tsai-Lian Yu, 30, dopo averle seguite a distanza. Non cerca soldi. Cerca l’istante in cui gli occhi della vittima si spengono.
Colpisce di nuovo a Monterey Park. Vincent Zazzara, 64 anni, e la moglie Maxine, 44, vengono massacrati in casa loro. Lui viene colpito con la pistola, lei mutilata. Ramirez le cava gli occhi con le dita e li porta via in un contenitore, quel gesto diventa un simbolo.
Il panico esplode, le famiglie iniziano a dormire con le luci accese, a sprangare finestre, a temere il respiro stesso della notte. Lui non ha un volto, non ha un nome, lo chiamano Night Stalker, lo Stalker della Notte. Ma lui non osserva soltanto, lui entra, distrugge, e se ne va lasciando il nulla.
È il 27 marzo 1985. A Whittier, California, Maria Hernandez, 22 anni, rientra nel suo condominio. Ha appena chiuso l’auto quando si accorge di una figura. Non ha tempo di urlare. Il colpo esplode. La pallottola la colpisce di rimbalzo sulla chiave che stringe in mano. È viva. Cade a terra. Finge di essere morta. L’uomo le passa accanto e si infila nell’appartamento.
Dentro, Dale Okazaki, la coinquilina, sta per affacciarsi in cucina. Anche lei non ha tempo, un solo colpo alla fronte, Muore subito. Maria sente tutto ma non si muove. Quando Ramirez esce, lei lo guarda, vede il suo volto, lo fissa e così sopravvive. Poche ore dopo, nello stesso quartiere, il killer colpisce di nuovo. Entra in casa di Tsai-Lian Yu, 30 anni, la obbliga a scendere dalla macchina e la uccide a sangue freddo con due colpi alla testa. Le descrizioni iniziano a combaciare. Le vittime parlano di un uomo magro, alto, con capelli neri lunghi e denti marci. Uno sguardo vuoto, mani ossute, nessuna logica.
È in quel momento che la stampa comincia a usare un nome: The Night Stalker.
E quella voce, quel volto, quella morte inutile, ora hanno testimoni, e testimoni, a volte, accendono l’inferno.
Los Angeles ha smesso di dormire. Le porte si chiudono con doppie mandate, le finestre vengono inchiodate, i cani abbaiano nel vuoto. Il male adesso ha un nome che sussurra nella notte: The Night Stalker.
Le aggressioni si susseguono con una ferocia disumana. 10 aprile, Monterey Park: Vincent e Maxine Zazzara, marito e moglie, vengono massacrati. Lei viene trovata con il corpo mutilato, occhi cavati via, segni di tortura sul petto. È l’inizio di una lunga scia.
Ramirez si muove nel buio, entra dalle finestre, usa porte lasciate socchiuse, spia dai giardini, osserva in silenzio prima di colpire. È ovunque e da nessuna parte. Colpisce anziani, donne, bambini, coppie, famiglie. Non segue uno schema preciso, non ha una firma coerente. Cambia arma, cambia metodo, cambia bersaglio. L’unica costante è la brutalità.
Uccide, stupra, mutila. Lascia croci rovesciate, simboli satanici, impronte. Ma sembra scomparire prima che qualcuno possa fermarlo. I giornali lo trasformano in leggenda nera. I titoli si susseguono, la paura diventa febbre. Gli agenti dormono in ufficio, la task force lavora giorno e notte. Ma lui li precede sempre, come se fiutasse il panico, in città non si parla d’altro. Non si vive più, si sopravvive e in ogni rumore del buio, qualcuno crede di sentire il suo respiro.
Il volto del cacciatore della notte comincia a emergere dai sussurri. La polizia ha una traccia: una scarpa Avia taglia 11. È l’unica di quel modello venduta a Los Angeles. L’FBI conferma: è la stessa lasciata in diverse scene del crimine.Poi l’auto: una Toyota rubata, ritrovata con impronte digitali. Le analisi parlano chiaro. C’è un nome. Un volto.Richard Ramirez, venticinque anni, precedenti per furto d’auto, tossicodipendente, vagabondo con uno sguardo buio e perso. I giornali pubblicano la sua foto, le televisioni rompono ogni riserbo: “Questo è il Night Stalker.”Los Angeles riprende il fiato. Ma non del tutto, lui è ancora in giro, e adesso lo sa. Ramirez entra in un negozio di liquori a East L.A. e vede il suo volto in prima pagina. Scappa, inizia una fuga disperata. Tenta di salire su un autobus, poi di rubare un’auto, ma la città che aveva terrorizzato si ribella. Un gruppo di cittadini lo riconosce, lo insegue, lo ferma, lo prende a calci. Coperto di sangue, viene salvato dalla polizia solo un attimo prima del linciaggio. Il diavolo, finalmente, ha un volto. Ma presto, avrà anche una platea.
Ramirez si presenta in tribunale come fosse un palco. Cammina tra i banchi degli avvocati con lentezza teatrale, le manette ai polsi e un sorriso sprezzante sul volto. Sul palmo della mano sinistra ha disegnato un pentacolo. Alza le dita, mostra il simbolo alla corte, e sussurra: “Hail Satan.”
Ogni giorno si trasforma in uno spettacolo dell’orrore. Le vittime sopravvissute lo indicano senza esitazione, tremando. I giurati osservano le foto dei corpi massacrati, delle stanze imbrattate di sangue. Richard ascolta, a volte ride.
Durante il processo, una delle giurate viene assassinata dal fidanzato. Per un attimo, si teme un piano orchestrato dallo stesso Ramirez. Ma è solo una coincidenza. Una delle tante, in un processo segnato da presenze inquietanti e presagi neri.
Ci vogliono più di quattro anni per arrivare alla sentenza. Alla fine, la corte pronuncia la parola attesa: colpevole. Tredici omicidi, cinque tentati omicidi, undici stupri, quattordici furti con scasso. Condanna a morte. Ventitré volte, Ramirez sorride.
Poi si volta verso le famiglie delle vittime e parla.
«Non mi pento, non ne provo alcun rimorso. Mi sento bene. L’inferno è troppo bello per voi, stronzi.» Ramirez lo dice guardando dritto in faccia le madri dei ragazzi che ha ucciso. Non abbassa gli occhi, non cerca perdono. I giornalisti lo aspettano fuori dal tribunale, ma lui ha già detto tutto.
«Siete tutti dei burattini. Io sono quello che tira i fili.» Parla di Satana come di un alleato. Dice che le anime delle sue vittime gli appartengono. Si definisce “un predatore notturno”, un’ombra che si muove quando gli altri dormono. Dice che la notte è la sua casa.
«Non dimenticate che vi osservavo dormire… mentre morivano.»
Rinchiuso nel braccio della morte a San Quentin, Ramirez diventa un’icona dell’oscurità. Riceve lettere d’amore, foto di donne nude, proposte di matrimonio. Una di loro, Doreen Lioy, giornalista, lo sposa nel 1996. Dice che è l’uomo più gentile che abbia mai conosciuto. Lui continua a sorridere, anche quando i suoi denti cominciano a marcire. Anche quando i suoi occhi si fanno più opachi, anche quando nel corridoio si sente solo il rumore delle catene.
Muore all’alba del 7 giugno 2013, dopo ventitré anni passati nel braccio della morte. Ma non per un’iniezione letale, muore di tumore al fegato, in un letto d’ospedale, silenziosamente a 53 anni. Resta un un corpo decomposto e un nome che fa ancora paura. Viene cremato e dimenticato, come se non fosse mai esistito. Ma le sue tracce sono ancora lì: nei fascicoli, nei nastri delle telefonate al 911, nelle fotografie dei sopralluoghi, e nei sogni di chi è sopravvissuto.
C’è chi dice di sentirlo ancora, una voce nel buio, un odore che torna all’improvviso, una finestra che sbatte nel cuore della notte. Il Cacciatore della Notte non è mai uscito davvero da quella stanza. Forse perché il male, quando ha il volto di un uomo, non muore, semplicemente cambia forma.