
«Se la mia visione non è condivisa, o rappresenta un problema, il mio mandato è a totale disposizione: io faccio l’ingegnere. E quale momento migliore per chiudere questa venticinquennale esperienza? Abbiamo vinto tutto, siamo sul tetto del mondo». Angelo Binaghi, presidente della Federazione italiana tennis e padel dal 2001, è intervenuto pubblicamente nel pieno del dibattito sul nuovo Decreto Sport, e ha fatto sapere di essere pronto a farsi da parte. Ha pronunciato queste parole ieri, durante la presentazione delle ATP Finals 2025, a Torino. Nessuna dimissione, ma una disponibilità annunciata con freddezza, dopo aver ribadito i risultati raggiunti. Il riferimento del discorso di Binaghi è al rischio che la riforma del Governo impatti anche su quanto già avviato e contrattualizzato, a partire proprio dalle Finals di Torino. «Il problema delle nuove leggi è quando, come in questo caso, hanno un’applicazione retroattiva. E tra l’altro sono incompatibili con gli accordi che sono già in essere fra noi e l’Atp, da ben cinque anni».
Binaghi ha ricordato le tappe istituzionali che hanno portato l’Italia a ottenere le Finals e a confermarle fino al 2026: il sostegno del governo, il lavoro delle federazioni, il via libera politico. Non ci sono tracce di polemiche esplicite ma si avverte chiaro e forte un disappunto contenuto a stento: «Non dimentico che il ministro delle Finanze è stato autore della migliore legge dello Stato a favore dello sport in Italia, che quando era sottosegretario con delega allo sport ha finanziato le Atp Finals, non dimentico che il ministro Abodi quando era presidente del Credito sportivo ha passato le notti in bianco per fare in modo che potessimo avere la fideiussione che l’Atp ci chiedeva, e non posso infine dimenticare che il presidente del consiglio Giorgia Meloni un anno fa ci ha permesso di presentare l’offerta per ottenere altri cinque anni di Atp Finals in Italia». Nessun attacco. Ma neanche un passo indietro. Binaghi lascia sul tavolo il messaggio: se serve una discontinuità, si farà da parte ma l’uscita non sarà silenziosa.
«Il mio noto caratteraccio non può essere la scusa per nessuno, ho già rimesso al Consiglio federale il mio mandato di presidente degli organi di gestione condivisi delle grandi manifestazioni». La frase arriva mentre il tennis italiano attraversa il momento più favorevole della sua storia. E se c’è una struttura che ha permesso a quel sistema di reggere, con i suoi meriti e i suoi limiti, è quella federale. Dietro ogni vittoria in campo c’è una catena lunga: centri, tecnici, tornei, soldi. Tutto passa da lì. Sinner, Musetti, Paolini, Errani, e tutti gli altri eroi italiani della racchetta, non sono un caso. Anche la Federazione ha i suoi meriti, come tante volte è stato sottolineato dai giocatori stessi. Per questo, a chi lo ascolta, Binaghi consegna anche una domanda non detta: davvero volete cambiarmi?


