Carcere, diritti e fallimenti: Franco Villa (Camera penale Cagliari) racconta un sistema al collasso

Avvocato Franco Villa

Nella Casa Circondariale di Uta, pochi chilometri fuori dalla città, tre uomini si sono tolti la vita nel 2024. Due lo hanno già fatto nei primi quattro mesi del 2025. Le celle pensate per due persone ne ospitano regolarmente quattro. Il 60% dei detenuti fa uso di psicofarmaci. Un terzo soffre di gravi disturbi psichiatrici. Le sezioni femminili e di alta sicurezza, nate come comparti d’eccezione, funzionano senza personale né servizi adeguati.
Non si tratta di numeri isolati. È un modello che si ripete, con variazioni minime, in decine di istituti penitenziari in Italia. Ma a Uta, secondo Franco Villa, presidente della Camera Penale di Cagliari, il problema è diventato impossibile da ignorare. «È un carcere nato per ospitare detenuti di media sicurezza, e si ritrova a gestire, con risorse insufficienti, ogni tipo di utenza: tossicodipendenti, psichiatrici, migranti, donne, alta sicurezza. Senza assistenza medica, senza trattamento, senza progettualità.» Villa non è un attivista. È un avvocato cassazionista, membro della Commissione nazionale sui Centri di permanenza per i rimpatri dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Conosce le norme, i codici, i margini della legge. Ma più ancora conosce la realtà concreta del carcere, dove la norma giuridica spesso evapora nella prassi quotidiana.

Il decreto contestato

In questi giorni guida la protesta della Camera Penale di Cagliari, che ha aderito all’astensione dalle udienze proclamata a livello nazionale per i giorni 5, 6 e 7 maggio. Il motivo è l’approvazione del Decreto-Legge 48/2025, ribattezzato «pacchetto sicurezza».«Abbiamo deciso di astenerci perché questo decreto è pericoloso. Nel metodo e nel merito. Nel metodo, perché ancora una volta si è scelto di legiferare per decreto, scavalcando il Parlamento, comprimendo il dibattito, trattando il diritto penale come un decreto ministeriale. Nel merito, perché aumenta i reati, inasprisce le pene, e restringe ulteriormente l’accesso alle misure alternative alla detenzione.» Secondo Villa, il pacchetto sicurezza non nasce da un’analisi razionale della realtà, ma da una logica di propaganda.«Si alimenta una retorica dell’insicurezza, spesso senza base nei dati reali. I reati diminuiscono, ma si crea una percezione contraria, e su quella si costruisce consenso. Si risponde con la penalizzazione del disagio, del conflitto, della marginalità.» Il risultato, osserva Villa, è un sistema penale orientato non alla rieducazione, ma alla punizione automatica. E il carcere, invece di essere l’ultima risorsa, diventa il primo riflesso.

La recidiva e il fallimento del sistema

Una delle convinzioni più radicate nell’opinione pubblica è che il carcere serva a «rieducare» il condannato, scoraggiandolo dal delinquere. Ma la realtà, spiega Villa, dice il contrario. «I dati ci dicono che chi espia la pena in carcere ha una probabilità di recidiva superiore del 70% rispetto a chi sconta la pena con misure alternative. Eppure proprio quelle misure vengono tagliate, ostacolate, ridotte.»Perché, allora, si continua a investire nella detenzione? Per Villa, la risposta è politica.«Perché è più semplice, più economico e più redditizio.

Il carcere è un contenitore silenzioso: non protesta, non sciopera, non vota. È il luogo in cui lo Stato scarica ciò che non sa affrontare: la tossicodipendenza, la povertà, la malattia mentale, il disagio sociale.»E infatti, prosegue, la composizione della popolazione carceraria è sempre più omogenea, e sempre più povera.«Nel carcere non finiscono i grandi evasori o i corrotti. Finiscono i tossicodipendenti, i migranti irregolari, gli emarginati. È una giustizia selettiva che colpisce solo verso il basso. Il carcere diventa una discarica sociale.»

Il limite della legalità

Villa richiama l’articolo 27 della Costituzione: la pena deve tendere alla rieducazione e non può mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. E cita anche l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta i trattamenti disumani e degradanti. «Quando si costringe una persona a vivere in uno spazio inferiore ai tre metri quadri, senza luce naturale, senza contatti umani, senza accesso a cure adeguate, quella non è più esecuzione penale. È un trattamento illegale, e lo Stato lo sa.»Eppure, nonostante denunce, relazioni, condanne – anche da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo – il sistema penitenziario non cambia. O meglio: cresce.«L’idea che costruire nuove carceri risolva il problema è una falsa soluzione. Si riempiranno anche quelle, perché il problema non è lo spazio, ma il modello. Bisogna ripensare alla funzione della pena, al ruolo della giustizia penale, al rapporto tra diritto e società.»

“Guardiamo alle celle, non ai palazzi”

Il 7 maggio, presso la Biblioteca del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cagliari, si terrà un incontro pubblico promosso dalla Camera Penale. Non un convegno tecnico, ma un momento di confronto con la cittadinanza e le istituzioni. «Non possiamo più permetterci di considerare il carcere come un tema specialistico. Riguarda tutti. Dice qualcosa sul tipo di società che stiamo diventando. O che abbiamo già accettato di essere.»Alla fine dell’intervista, Villa torna al nodo centrale: il carcere non è solo un luogo fisico. È un simbolo. Il segno di come lo Stato tratta chi non ha potere.«Se vogliamo giudicare la qualità della nostra democrazia, non dobbiamo guardare ai palazzi del potere. Dobbiamo guardare alle celle. E oggi, quello che si vede, è che lo Stato ha scelto di punire dove dovrebbe comprendere, e di dimenticare dove dovrebbe intervenire.»

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