Claudia Pinna, la corsa infinita di una campionessa senza tempo
Claudia Pinna in trionfo nella maratona di Cremona del 2013
Quanto dura e come affronti la preparazione a una gara di livello internazionale come quella di New York?
Mi alleno costantemente tutto l’anno con poche fasi di recupero. La parte dell’anno più importante è l’inverno in cui l’atleta costruisce il suo fisico in palestra e al contempo corre in campo o in strada. Facevo dai sette ai dieci allenamenti a settimana in cui mediamente correvo 120 chilometri. Quando devo gareggiare a una maratona inizio a prepararmi almeno tre mesi prima della gara.
Che legame hai con la Sardegna?
Amo la mia Isola. Il modo in cui ho vissuto l’atletica è una chiara dimostrazione del mio affetto verso la mia terra. Ho sempre cercato di valorizzare il mio territorio e la città di San Gavino. Ho lavorato e studiato in Sardegna mentre facevo atletica. Nonostante negli anni mi è stato consigliato di dedicarmi completamente allo sport e cambiare aria per arrivare a livelli più alti, ho sempre declinato le offerte. Ritenevo fosse meglio continuare il mio percorso sportivo con Antonio Podda, che ha contribuito a farmi diventare la persona e l’atleta che sono oggi.
Ci sono delle persone che pensi siano stati fondamentali nella tua carriera sportiva?
Sicuramente il mio allenatore Antonio e la società del Cus Cagliari. Mi sono sempre stati accanto, soprattutto nei momenti più pesanti della stagione. Sono trent’anni che faccio agonismo, ho vissuto molti di quegli anni in maniera monotona.
Il gruppo, il mister e la mia famiglia sono stati fondamentali per continuare con costanza e senza pause. Per il mio gruppo di allenamento sento di essere stata essenziale per le vittorie conseguite, grazie soprattutto al clima interno instauratosi. Non c’è mai stata invidia tra di noi, ma solamente tanta voglia di apprendere e migliorarsi.
Senti di avere dei rimpianti? Ti sarebbe piaciuto partecipare a delle competizioni sportive in cui non sei riuscita ad arrivare?
L’unico rammarico è non aver avuto la possibilità di fare professionismo a tempo pieno. A 30 anni sono entrata nella guardia forestale dopo essere stata scartata dall’esercito. Rimasi molto delusa perché pensavo ci fosse la possibilità di unirmi a un gruppo sportivo femminile, che ai tempi però non c’era.
Nelle forze dell’ordine invece, avrei avuto la possibilità di allenarmi e gareggiare a tempo pieno. Probabilmente con questa opportunità sarei stata molto più rilassata e mi sarei goduta al meglio i tempi di recupero dagli allenamenti.
Che responsabilità senti di avere verso i ragazzi che alleni?
Quando ho tempo libero, dedico tanto tempo agli allenamenti dei giovani atleti. Cerco di trasmettergli i valori della costanza e della pazienza verso il raggiungimento del risultato. Non è mai facile tenere al campo i ragazzi della juniores per troppi giorni. Abbiamo iniziato la stagione con tre allenamenti alla settimana sino a oggi in cui riusciamo a farne sei. Siamo arrivati a questi giorni di allenamento con piccoli step. La mentalità dei ragazzi di questa generazione reputo sia più fragile rispetto alla mia generazione. Quando il coach ci dava dei giorni e degli orari quelli dovevano essere, senza discussioni o lamentele. Cerco di trasmettere a questi ragazzi la passione per questo sport. Penso sia l’unico modo che permetta all’atleta di allenarsi con spensieratezza e divertimento.