Claudio Spanu, il capitano in carrozzina che sogna le Paralimpiadi di Los Angeles 2028

Copertina articolo Claudio Spanu

Coraggio, determinazione, passione e sacrificio. Claudio Spanu, 34 anni, capitano della Dinamo Sassari in carrozzina, racconta il suo cammino nella vita e nello sport. Dopo la partecipazione agli europei e ai mondiali, il capitano sogna le prossime Paralimpiadi di Los Angeles 2028.

Hai definito il basket la ragione per cui ti alzi la mattina, perché?

La pallacanestro in carrozzina mi ha dato la possibilità di imparare ad avere il 100 per cento di autonomia sulla mia vita. Mi ha dato serenità e un nuovo motivo per vivere. Quando ho perso l’utilizzo delle gambe a 16 anni, negli otto mesi che sono stato in ospedale, mi è stato insegnato a vivere autonomamente senza supporto di terzi. Quando ho iniziato lo sport della pallacanestro, ho poi messo in pratica quello che mi è stato insegnato.

Nel 2018 arriva la chiamata della Nazionale italiana per i mondiali di Amburgo, cos’hai provato quando hai vestito i colori azzurri?

E’ stato da brividi. Essere anche solo chiamati per un raduno, è per me un grande onore. A un mondiale, quando affronti gli atleti più forti al mondo, hai solo da imparare. In quella competizione siamo arrivati undicesimi, dopo essere stati sconfitti dall’Argentina.
Avevamo tutte le potenzialità per vincere, ma abbiamo preso la gara sottogamba, avendo battuto la squadra argentina già in diverse occasioni. Penso sia stato il match più brutto della competizione a livello collettivo.

Chi è stata la persona più importante per te nel tuo percorso alla Dinamo?

Un mio ex compagno australiano all’Anmic Sassari: Brad Ness. Abbiamo giocato assieme la sola stagione del 2012-2013 portando a casa la Supercoppa Italiana.
Ero ancora molto giovane, Brad mi ha spiegato più volte ogni minimo dettaglio per farmi diventare il giocatore che sono oggi. Ha sempre avuto pazienza nei miei confronti, probabilmente perché vedeva in me tanto potenziale.

Quali sono le caratteristiche principali che deve avere un capitano?

Sicuramente è un punto di riferimento per la società. A Sassari, il capitano ha il compito di tramandare i valori della Dinamo e dell’importanza che l’organizzazione ha per l’Isola. Sono una persona che sa ascoltare i suoi compagni, dentro e fuori dal campo. So di essere un grande aiuto per loro nei momenti di difficoltà.

Chi sono le persone più importanti della tua vita?

Sicuramente la famiglia. Mi ha dato una spinta in più per affrontare la situazione spiacevole che mi è capitata a 16 anni. Ho sempre voluto affrontare la situazione di petto, senza che mi venissero nascosti i problemi. Ciò che mi ha sempre contraddistinto è la presa di coscienza della situazione e il volerla affrontare in maniera diretta, senza piangermi addosso.
Dopo gli otto mesi di ospedale tra il 2004 e il 2005, nel 2006 conosco la pallacanestro in carrozzina e inizio a giocare all’Anmic Sassari, che poi diventerà nel 2013 l’attuale Dinamo Sassari Lab. I primi anni ho imparato le basi del gioco tramite gli allenamenti, per poi fare il mio esordio in campo nel 2009.

Hai un obiettivo non ancora raggiunto a cui ti piacerebbe arrivare?

Vorrei raggiungere le Paralimpiadi di Los Angeles del 2028, provando eventualmente a portare a casa una medaglia. Dopo aver partecipato a due europei e un mondiale, le Paralimpiadi sono l’unica competizione che mi manca.
Sono ancora molto scottato dalla mancata qualificazione alle Paralimpiadi di Tokyo 2020. Per accedere a questa competizione, si qualificano le prime quattro squadre. Quell’anno ci classifichiamo quinti e manchiamo la competizione per un soffio.

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