
Nella fase conclusiva dell’età del Bronzo, attorno al X a.C., si diffonde la pratica di riprodurre in miniatura i nuraghi e sistemarli al centro di grandi edifici assembleari. Questo fenomeno rispondeva all’esigenza delle élite locali di consolidare e legittimare il proprio potere, in un momento di crisi dei sistemi territoriali tradizionalmente organizzati intorno ai nuraghi.
I capi, per mantenere il prestigio acquisito, avevano bisogno di simboli riconoscibili e condivisi dalla comunità, da impiegare nei rituali collettivi: il modellino di nuraghe diventava così un potente emblema politico e religioso, capace di rafforzare il consenso e la coesione sociale.
La rappresentazione del nuraghe non dipendeva dal materiale o dalle dimensioni: poteva assumere forme diverse, ma conservava sempre un forte valore simbolico. Gli studiosi distinguono due categorie principali: i piccoli modellini in pietra, ceramica o bronzo, generalmente offerti come ex voto; e i cosiddetti modelli-altare, di dimensioni maggiori, a volte formati da più elementi assemblati. Questi ultimi sono stati ritrovati sia all’interno dei nuraghi, riadattati in alcuni vani a spazi sacri, come nel caso del sacello del nuraghe Su Mulinu di Villanovafranca, sia nei grandi complessi religiosi e nei santuari di Serra Niedda di Sorso, Su Monte di Sorradile, Santa Vittoria di Serri, Sant’Anastasia di Sardara, Sa Carcaredda di Villagrande Strisaili, e nelle celebri capanne delle riunioni di Barumini, Florinas e Alghero.