DICE MONTALBANO. Il malocchio nelle tradizioni popolari
Questa pratica può essere appresa sia in ambito familiare che da persone esterne. Per diventare guaritori, è fondamentale essere riconosciuti come idonei; infatti, solo in rari casi il passaggio a questa condizione avviene attraverso verifiche formali o rituali specifici. Per quanto riguarda i riti terapeutici, sono stati documentati ben 24 modi di esecuzione, nei quali si trovano vari elementi combinati. Tra questi ci sono i “brebus”, preghiere come il Padre Nostro, l’Ave Maria e la recitazione del Credo, spesso accompagnate dall’uso di grano, acqua, sale, olio, orzo, riso, pietre, corno di muflone, cervo o bue, l’occhio di Santa Lucia, carbone e carta. Per ottenere la guarigione, il rito deve essere ripetuto da un minimo di 3 a un massimo di 9 volte. Nei casi più gravi, di solito intervengono tre operatori diversi.
Un altro aspetto importante della difesa è quello preventivo, che comprende una serie di oggetti come amuleti e gesti apotropaici, destinati a neutralizzare qualsiasi influenza malefica proveniente dall’esterno. Tra gli scongiuri rivolti a chi potrebbe portare il malocchio, troviamo pratiche come sputare per allontanare il male, toccare oggetti di ferro o corno, bestemmiare al passaggio della persona sospetta, tirare fuori la lingua per tre volte o fare le “fiche” in modo discreto. Questa usanza è diffusa sia tra uomini che donne e a Cagliari è ben nota, con il detto “Ti dexit comenti sa fica in s’ogu” (ti giova come la fica nell’occhio).
Oltre alle tecniche gestuali, in Sardegna si è sviluppata una varietà di oggetti apotropaici, tipicamente mediterranei, che hanno acquisito significati culturali specifici. Le ricerche dimostrano che, sebbene gli amuleti sardi possano avere molteplici valenze, la maggior parte di essi è riconducibile all’ideologia del malocchio. Purtroppo, molti amuleti erano così fragili e deperibili che non sono stati conservati, giungendo fino a noi solo attraverso i racconti degli anziani. Diverso è il caso degli amuleti realizzati in materiali preziosi o di oreficeria, che hanno radici precristiane e hanno subito un’evoluzione nel tempo. Ad esempio, “sa sabegia”, inizialmente tonda e realizzata in pietra nera o corallo, si è trasformata con l’uso di materiali non naturali come il vetro sfaccettato o la pasta di vetro policromo, importati da altre culture. Nonostante il cambiamento dei materiali, l’amuleto ha mantenuto il suo significato simbolico e la sua funzione apotropaica. L’unica condizione affinché l’amuleto funzioni è “aver fede”, credere nel suo potere; in alcune zone, infatti, l’efficacia dell’amuleto è legata al fatto che su di esso devono essere state recitate le “parole, le preghiere magico-religiose”.
In Sardegna, la sabegia è conosciuta come l’amuleto anti-malocchio per eccellenza. Si tratta di una pietra nera, come il gavazzo o giaietto (una lignite scura), l’onice o l’ossidiana, di forma tonda e sempre incastonata in argento.
La sabegia rappresenta l’occhio, in particolare l’occhio buono che contrasta con quello cattivo, attirando il suo sguardo. La sua funzione è quella di proteggere chi la indossa, rompendosi al posto del cuore della persona “guardata”. Il termine con cui viene chiamata varia a seconda delle zone e non è sempre facile da rintracciare. È conosciuta come sabegia nel Campidano di Cagliari, ma nel capoluogo il suo uso è andato perduto, anche se se ne ricordava ancora nei primi decenni del secolo scorso. Nella Barbagia è chiamata cocco, mentre nella Gallura, nel Logudoro e a Orgosolo è nota come pinnadellu. In alcune zone dell’oristanese, a Desulo e nella Barbagia di Belvì, viene invece chiamata pinnadeddu.
Tradizionalmente di colore nero, l’amuleto può anche essere rosso, realizzato in corallo, specialmente in Gallura e in alcuni paesi barbaricini, dove è noto come corradeddu ‘e s’ogu leau (corallino del malocchio). In queste aree, veniva indossato appeso alla spalla e ricadeva sul braccio, spesso insieme ad altri amuleti di corallo incastonati in argento. In ogni caso, la sabegia rimane sempre un simbolo dell’occhio.
La sabegia veniva appesa alle culle dei neonati, mentre i bambini più grandi la portavano al polso, legata con un fiocchetto verde, e veniva tradizionalmente regalata dalla nonna o dalla madrina. Le donne, invece, la indossavano al collo o appesa al corsetto.