Graziano Mesina, l'ultimo viaggio senza ritorno

Graziano Mesina in manette

Milano, 12 aprile 2025. Il cuore si ferma. Nel reparto detenuti dell’ospedale San Paolo, Graziano Mesina muore. A 83 anni, il più celebre bandito sardo di sempre non ce la fa a rientrare nella sua isola. Era stato scarcerato appena ventiquattr’ore prima, per gravi condizioni di salute. Graziano Mesina può tornare in Sardegna e morire a casa, ma il provvedimento del giudice arriva troppo tardi.
Grazianeddu, la primula rossa del Supramonte, se ne va. Muore lontano dalla sua terra, senza l’odore della macchia, senza le rocce di Orgosolo sotto i piedi.
Un’uscita di scena amara, quasi beffarda, per un uomo che ha fatto della fuga un’arte e della sopravvivenza una missione.
Niente rocambolesche evasioni, nessuna latitanza tra i monti. Solo una cartella clinica che chiude una storia umana e giudiziaria lunga settant’anni.
Graziano Mesina è stato per alcuni un eroe popolare, per altri un incubo armato di mitra e vendetta. Di certo, è stato il volto più inquieto e leggendario del banditismo sardo. Dalle campagne alla cronaca nera, dalla grazia alla ricaduta. Una vita di polvere, sangue e ritorni impossibili.

Orgosolo 1942, la nascita di un bandito

Il vento che spazza Orgosolo nel 1942 sa di legna bruciata, di fame e silenzio. È un paese di pietra incastonato nella Barbagia più dura, dove la legge è una parola che quasi non si pronuncia, e la sopravvivenza si misura con i fucili sotto il letto. In mezzo a quel nulla che sembra scolpito col coltello, nasce Graziano Mesina il 4 aprile. Penultimo di undici figli di Pasquale Mesina e Caterina Pinna.
Famiglia povera, padre pastore, madre devota e severa. Il pane non basta mai, i fratelli sono troppi e la scuola è solo lusso. A casa servono braccia, non libri. Ma Mesina, già da ragazzino, ha qualcosa di diverso negli occhi. Non la rassegnazione, ma la fame. Ha fame di rispetto, di rivincita, di potere.
Le prime scorribande arrivano presto. Una rissa, un furto, un’aggressione. Ma è ancora roba da ragazzini. Intorno a lui, la Barbagia vive il suo codice: vendetta, onore, silenzi di pietra. Si cresce così, tra le faide di famiglia e i racconti tramandati di uomini scomparsi nei monti. E Mesina ascolta. Impara. E capisce che in una terra dove lo Stato è un’eco assai lontano, chi ha un’arma e una reputazione diventa qualcuno. A 14 anni, nel 1956 arriva il primo arresto: viene trovato in possesso di un fucile calibro 16 rubato. Condannato a cinque anni con due anni di perdono giudiziale, è il primo passo di una lunga discesa. “Grazianeddu” non è ancora un criminale, poi arriva il 1962. E con lui Il battesimo nel mondo del crimine.

Il battesimo di fuoco

E’ il 1962, Graziano Mesina ha vent’anni, ma dentro gli batte già un cuore che non conosce il perdono. La Barbagia lo ha cresciuto con il latte amaro delle vendette, e quel giorno, per lui, è tempo di sangue. Due anni prima, nel 1960, i suoi fratelli Giovanni, Nicola e Pietro erano finiti in carcere con l’accusa di aver ucciso un appaltatore, Pietrino Crasta. L’ombra dell’infamia cade sulla famiglia Mesina. Poi, la verità salta fuori: non erano stati loro, ma altri. Il clan dei Muscau, secondo le voci. Ma il tribunale li assolve, e il rancore resta.
A fine ottobre Giovanni Mesina, detto “Dannargiu” il fratello maggiore, viene ucciso in circostanze misteriose, e il suo corpo è stato messo accanto al corpo del suo acerrimo nemico per umiliarlo, Salvatore Mattu, anche lui assassinato. Graziano esplode, non cerca prove, non vuole giustizia. Graziano vuole vendetta.
Orgosolo, 13 novembre 1962.
Graziano Mesina entra nel bar Cavanedda, impugna un mitra Beretta MAB 38.
Davanti a lui c’è Andrea Muscau, fratello del “Grussotto”, Giuseppe Muscau.
Gli basta un secondo, apre il fuoco, Andrea Muscau crolla a terra.
Ma è l’uomo sbagliato.
Andrea non era coinvolto nella faida. Era un bersaglio a vuoto. Una vita spezzata per errore.
Mesina non fugge, viene arrestato e condannato a 24 anni di carcere. Quella notte, Mesina non entra solo in prigione, entra nel mito.
Grazianeddu è il fuorilegge dal volto duro che non si rassegna. Perché tra le sbarre, non ci vuole restare e non ci resterà.

Il braccio destro: Michele Atienza

Barbagia, 1967. Il Supramonte è stanco di guerra, ma non conosce pace.
Là dove la macchia diventa un labirinto ostile, Graziano Mesina è di nuovo latitante. È sparito, come sa fare lui: senza rumore, senza traccia. Accanto a lui, questa volta, c’è un volto straniero. Lui è Michele Atienza, all’anagrafe Miguel Alberto Asencio Prados, è spagnolo. Ex legionario,con il fisico da predatore e l’anima serrata. Conosce Graziano durante la detenzione nel carcere di Sassari. I due stringono un’amicizia così profonda tanto da evadere insieme dalla prigione di San Sebastiano l’11 settembre 1966. Atienza diventa il suo braccio destro.
Ma la fedeltà, in certe terre, è una condanna.
17 giugno 1967. Osposidda.
Una pattuglia dei baschi blu della polizia intercetta Mesina e Miguel Atienza ai piedi della montagna. L’aria è carica di tensione. Partono i primi spari, è un inferno di polvere e fuoco.
Atienza risponde, combatte ma un proiettile lo prende in pieno. Resiste ma sanguina. Poi cede. Crolla tra i sassi e la polvere, dissanguato. Si racconta che Grazianeddu, in preda alla disperazione, abbia fatto arrivare un chirurgo da Nuoro per tentare l’impossibile. Ma è tutto inutile. Michele Atienza muore. Il suo corpo viene ritrovato in un sacco, poi sepolto in silenzio lontano da tutto e tutti in una zona dimenticata del cimitero di Sa ‘e Manca a Nuoro. Mesina, nel frattempo scappa. Ancora una volta. Vivo, sempre un passo avanti alla morte.

Il bambino senza un orecchio

Porto Cervo, 15 gennaio 1992.
Il mare è piatto. Le ville sono chiuse. La Costa Smeralda dorme nel lusso d’inverno.
Ma quel sonno viene strappato da un’ombra lunga, violenta, feroce.
Farouk Kassam, sette anni, viene rapito sotto casa. Una manciata di secondi, una macchina che sgomma via, e il silenzio dopo le urla della madre.
Farouk è figlio di un imprenditore alberghiero belga di origini indiane, Fateh Kassam. Vive a Porto Cervo, possiede una vita agiata.
Ma in quegli anni, in Sardegna, la ricchezza non è sinonimo di sicurezza, è un bersaglio.
I rapitori sono professionisti. Lo portano via, lo incappucciano, lo nascondono tra i rovi e la terra umida. Comincia l’incubo. 177 giorni. Farouk vive sottoterra, in tuguri, buche, casupole. Nutrito male e sedato. Farouk ha solo 7 anni, è un bambino terrorizzato.
La macchina dello Stato si mette in moto, ma lentamente. Le ricerche si estendono, i telefoni squillano, le richieste di riscatto arrivano. Ma il tempo passa. E i rapitori vogliono farsi sentire.
Una busta, dentro, un orecchio mozzato, è il suo.
È il sequestro più spietato della storia recente. Non solo per l’età della vittima. Ma per la violenza simbolica, il rituale di terrore, il silenzio che lo circonda. E nel mezzo, un nome ritorna: Graziano Mesina, non è tra i rapitori ma ha avuto un prezioso ruolo da mediatore, da emissario. Farouk viene liberato il 10 luglio 1992. Scheletrico, mutilato, vivo. Un bambino che non tornerà mai più bambino.

L’uomo che non ha saputo cambiare

IL 25 novembre 2004 Mesina lascia il carcere di Voghera. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli concede la grazia. Perché lo fa? Non è scritto in nessuna carta ma è il prezzo che lo Stato riconoscente paga a Mesina per la liberazione di Farouk.
Mesina è un uomo nuovo, o almeno così dice. Si presenta davanti alle telecamere, sorride, parla di gioventù perduta, di errori, di redenzione. Dice: “Voglio aiutare i ragazzi a non fare la mia fine”. Apre un’attività, guida turistica nel Supramonte. Fa interviste. Frequenta scuole e comunità. Per un po’, l’illusione regge.
Perché il lupo non cambia pelle, al massimo cambia tana e nel 2013 Grazianeddu viene arrestato di nuovo. Questa volta, nessun mitra, ma solo cocaina. Il crimine è freddo, moderno, internazionale: traffico di stupefacenti.
È l’evoluzione criminale perfetta: Sardegna-Calabria, contatti con la ’ndrangheta, spostamenti sotto traccia. La primula rossa è un broker del crimine.
Le intercettazioni lo inchiodano. Lo dipingono come organizzatore, referente, uomo d’onore trasformato in manager del narcotraffico. Il processo è lungo. Ma il verdetto è netto.
2020: condanna definitiva. 30 anni. Mesina non aspetta, scappa, ancora una volta.
Ma stavolta la fuga non è più epica, è una fuga malata e solitaria.

Nessun ritorno a casa

Lo prendono a Desulo, nel 2021.
Non è più l’uomo agile che saltava tra i ginepri e gli ovili. Non è neanche il boss elegante delle fotografie anni ’70. È vecchio e spento. Una pistola accanto al letto, ma nemmeno la forza di impugnarla. Il fisico non lo sostiene più. E neppure l’ombra lo copre.
La prigione, stavolta, è definitiva, il carcere milanese di Opera. Nessuna fuga. Nessun complice. Solo il corpo che cede, centimetro dopo centimetro. E dentro, il tempo si fa malattia.
Nel 2024, i legali cominciano a muoversi.
I medici parlano chiaro: tumore, fase terminale. Non cammina più, non mangia da solo, Il corpo cede. Le sue avvocatesse Beatrice Goddi e Maria Luisa Vernier presentano istanze su istanze. Chiedono il trasferimento in Sardegna, a casa sua, non per libertà, solo per morire dove è nato. La giustizia risponde: “Mesina è ancora pericoloso.” Respinti.
Aprile 2025. Le condizioni peggiorano, l’11 aprile, finalmente, arriva il sì: differimento della pena per motivi umanitari. Viene trasferito dal carcere di Opera all’ospedale San Paolo, sempre a Milano, dove c’è un reparto per detenuti.
Sta male, troppo. Il viaggio per tornare in Sardegna è fissato per il giorno dopo.

La morte è arrivata prima

La macchina della scorta è pronta. I parenti aspettano.
Ma non arriva mai. Il 12 aprile, all’alba, il cuore si ferma.
Graziano Mesina muore, lontano dalla sua terra, lontano dall’odore del lentisco.
Non muore da bandito, non da latitante né da uomo libero. Muore mentre i suoi avvocati preparavano il viaggio verso casa, ma lui casa non l’ha più rivista. Forse è questo il destino di certi uomini, restare soli anche nella morte. Ma è una fine che ha il sapore della vendetta dello Stato al graziato ricaduto nel crimine.

prova
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