Il caso Todde e la politica con la p minuscola

Alessandra Todde

Il commento più delicato sul caso Todde è: roba da scappati di casa, solo per questo non meritano di governare la Sardegna. Ma se quel commento arriva dagli alleati e se, nemmeno tanto in silenzio, lo condividono anche gli eletti del Movimento, beh, la cosa si fa seria.

In altre epoche, quando la politica aveva la p maiscuola e il primato, senza invasioni di campo degli altri poteri dello Stato, la vicenda dei rendiconti – che è una vicenda amministrativa, non giudiziaria – non sarebbe mai nata.

Sotto la Prima repubblica e pure sotto la Seconda, quella di Silvio, la storiella si sarebbe chiusa con una sanzione pecuniaria e un calcio nel sedere a chi, pagato da manager, non sa fare un’addizione e conservare scontrini.

Invece no, il caso monta come la panna sul pandoro. Ed è anche colpa, diciamolo, del forcaiolismo di Cinque stelle, del peggior travaglismo, instillato per oltre un decennio, inoculato come un veleno nel corpo delle istituzioni. Si scopre così che il paziente avvelenato, muore.

Come si fa ora a tornare indietro e salvare una legislatura nata democraticamente col voto? Perché anche se non piace a tutti, comunque Alessandra Todde meno di un anno fa ha vinto. Come si fa a non ricorrere a quegli stessi giudici tanto invocati quanto incompetenti, nei fatti, per una faccenda da ragionieri?

E invece la via più comoda è quella più giusta: il Consiglio regionale, sovrano quando si tratta di discutere dello status dei suoi componenti, dovrebbe dire un santo di no perché non è obbligato a ratificare una decisione amministrativa. Che tale resta. Todde non ha sforato il tetto delle spese ammesse e ha presentato il rendiconto. Non deve decadere. Ma tranquilli che continueranno a nascere nel suo partito i fabbricanti di cappi. Peccato che a volte il cappio finisca nel collo sbagliato.

prova
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