
Negli ultimi giorni due vicende, molto diverse tra loro, hanno attirato l’attenzione dei media e alimentato il dibattito politico. Da un lato il discusso “scossone” evocato da Saverio Garofani, consigliere del Presidente della Repubblica, per scongiurare una possibile vittoria di Giorgia Meloni alle elezioni del 2027. Dall’altro la sorprendente intesa tra la Presidente del Consiglio e la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che ha permesso l’approvazione della nuova legge contro la violenza sulle donne.
Il primo episodio — al di là del contesto conviviale in cui è nato — ha risvegliato nella memoria del centrodestra vecchie ombre della storia repubblicana: quelle di Scalfaro e Napolitano, spesso accusati di ostilità verso i governi Berlusconi. Un parallelismo che fortunatamente non corrisponde né al profilo né allo stile istituzionale di Sergio Mattarella, ma che riemerge ciclicamente nei momenti di tensione politica. Con una differenza sostanziale: oggi la presunta “spallata” non riguarderebbe più un presidente del Consiglio uomo, ma la prima donna arrivata a Palazzo Chigi.
Il secondo evento, ben più significativo, racconta invece un’Italia diversa: donne — e uomini — che uniscono le forze per difendere altre donne. Meloni e Schlein, pur divise da tutto sul piano politico, hanno scritto insieme una pagina nuova del femminismo italiano: non un femminismo querulo verso gli uomoini, ma un femminismo del protagonismo e della responsabilità, dei fatti concreti, consapevole che la strada è ancora lunga ma decisa a percorrerla.
Entrambi i fatti inducono a una riflessione che va oltre l’attualità e arriva al 2029, quando sarà eletto il prossimo Presidente della Repubblica. Il tema è tanto semplice quanto cruciale: perché non una donna al Quirinale? Da un lato, infatti, pesano ancora quei pregiudizi che ritengono “divisivo” qualunque nome non gradito al tradizionale perimetro del centrosinistra, soprattutto se lo scenario dovesse contemplare una Meloni politicamente vincente e dunque candidata naturale al Colle. Dall’altro, il crescente protagonismo femminile nella vita pubblica italiana rende quasi inevitabile che il percorso arrivi, prima o poi, al vertice più simbolico delle istituzioni. La cronaca ricorda che a New York ha fatto prima un musulmano a diventare sindaco che una donna a diventare Capo dello Stato in Italia.
Eppure oggi il contesto è cambiato: una donna guida il governo; una donna presiede la Corte Costituzionale; una donna è stata eletta, per la prima volta, alla guida della Regione Sardegna. È come se il vetro del soffitto, pur resistendo, avesse finalmente iniziato a incrinarsi. «Una donna sì, ma non quella donna», obietteranno i detrattori di Meloni. È una critica che si sentirà ancora, ma una cosa pare certa: questa volta i nomi femminili non compariranno solo tra una scheda bianca, una nulla e un voto a Totti. Il Paese sembra pronto a prenderli sul serio. Forse è proprio questa la “svolta buona”: l’occasione per un’Italia che ha bisogno di coraggio, di rinnovamento, di una leadership capace di guardare al futuro senza i riflessi condizionati del passato. In un mondo in cui non serviranno più quote rosa, ma — ironia della sorte — potrebbe esserci bisogno di quote azzurre per riequilibrare la perdita di carisma maschile, la domanda diventa inevitabile: Bandiera rosa trionferà? (as)