
Una proposta di legge depositata in Consiglio regionale vuole vietare l’assunzione di medici obiettori nei reparti pubblici dove si pratica l’aborto. Il motivo è chiaro e documentato: “Non sono obiettori. Sono boicottatori”, denuncia Silvana Agatone, ginecologa e presidente della Laiga. “È lì che si rompe tutto: quando una donna entra in un ospedale per chiedere aiuto, e trova solo porte chiuse, medici che si tirano indietro, coscienze che servono a lavarsi le mani”.
La proposta di legge è firmata da Gianluca Mandas, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, e dal gruppo M5S. Stabilisce due principi: ogni ospedale pubblico deve avere un’area funzionale dedicata all’aborto; il personale che ci lavora deve essere non obiettore, con decadenza automatica del contratto in caso di ripensamento.
“Il diritto all’aborto è garantito sulla carta ma negato nei fatti”, afferma Mandas. “Non possiamo più tollerare che le donne vengano respinte o ostacolate in nome di scelte personali. La nostra è una legge concreta, attuabile, doverosa”.
I dati danno sostanza al testo. La fonte è il Centro studi della Cgil Sardegna che ha elaborato un quadro molto preciso. Nell’isola, su 22 strutture sanitarie solo 14 praticano l’interruzione di gravidanza. Il 61,5% dei ginecologi è obiettore, percentuale in crescita, a differenza del resto d’Italia. Il metodo farmacologico – meno invasivo, raccomandato – viene usato solo nel 36,2% dei casi. Al contrario, il raschiamento, più traumatico e superato, raggiunge un allarmante 21% (media nazionale: 7,2%).
La clausola più contestata della proposta è quella che prevede la decadenza automatica per il medico che, assunto come non obiettore, cambia idea. Una misura che fa discutere, ma che ha un precedente concreto: fu adottata nel bando del San Camillo di Roma. Nessun tribunale l’ha mai annullata.
Chi critica questa clausola dice che un ente pubblico (in questo caso, la Regione) non dovrebbe spendere soldi pubblici per una norma così divisiva. Ma Agatone ribalta l’obiezione: “Allora perché non si sono scandalizzati quando la Regione Piemonte ha stanziato 2 milioni di euro per far entrare il Movimento per la Vita nei consultori pubblici? E la Regione Veneto 9 milioni e 600 mila? E i Comuni, che hanno dato 100, 200 mila euro ciascuno per finanziare associazioni antiabortiste? Quelli sì, erano soldi pubblici. E andavano tutti bene”.
Il punto, secondo la presidente della Laiga, è che lo Stato non può continuare a finanziare l’ostruzionismo con risorse pubbliche, e poi gridare allo scandalo quando si prova a rendere la legge applicabile davvero.
Nel 2022, secondo il ministero della Salute, l’84% delle interruzioni volontarie di gravidanza è avvenuto entro le prime 8 settimane: decisioni rapide, spesso obbligate.
Il 74% delle donne non aveva figli, il 44% aveva un livello di istruzione medio, il 24% era disoccupata.
Nel 90% dei casi, l’aborto è motivato da ragioni economiche, sociali o familiari: mancanza di reddito, instabilità abitativa, rottura del rapporto con il partner, difficoltà a crescere un figlio. Casi di violenza. Nel restante 10%, la causa è sanitaria: gravi malformazioni del feto o pericolo per la salute fisica e psichica della donna. L’aborto legale, nella stragrande maggioranza dei casi, è una risposta estrema a condizioni estreme.


