
Quando Massimiliano Tuveri ha lasciato Verona per tornare nella sua Sardegna, non l’ha fatto per nostalgia. Lo ha fatto per una chiamata più profonda: portare l’oncologia d’eccellenza dove mancava. Chiamato a dirigere la nuova struttura di Chirurgia Oncologica all’Arnas Brotzu di Cagliari, avrebbe dovuto avviare un reparto specializzato nei tumori del pancreas, riducendo i viaggi della speranza dei pazienti sardi.
Ma non ha mai potuto iniziare. Nessuna sala operatoria, nessun team, nessun supporto. Dopo mesi di attesa e proteste, è arrivato un atto formale: licenziamento per inadempienza. Solo dopo una mobilitazione pubblica e grazie al fondamentale lavoro dell’avvocato Gianni Benevole, l’ospedale ha sospeso il provvedimento. Ma il reparto non è mai nato. Così Tuveri ha scelto, come sempre, la via concreta: è andato a Lanusei, in Ogliastra, dove può tornare a operare e curare. Non è un ripiego, ma un ritorno alla medicina che mette al centro la persona, non il sistema.
Per capire chi è davvero Tuveri non basta elencare i luoghi della sua carriera – da Cagliari a Verona, passando per Pittsburgh, Galveston e Losanna. Bisogna ascoltare come vive la medicina: unisce corpo e coscienza, scienza e fede, tecnica e tenerezza. In questa intervista, tra memorie, esperienze profonde e riflessioni sull’anima, ci consegna una medicina che prima di tutto ascolta e accompagna.
Quando ha capito che voleva diventare medico? E perché proprio l’oncologia?
Tutto comincia da mio padre. Era medico di famiglia e chirurgo. Ai tempi si faceva tutto. Ma quello che mi colpiva non era tanto la chirurgia, quanto l’aspetto umano. Il nostro ambulatorio era in casa: ogni pomeriggio si riempiva di bambini, le madri li mandavano giù e noi giocavamo a figurine, a biglie. Mio padre era una figura centrale, amato da tutti. Quel contatto umano costante, diretto, vissuto con la comunità, è stato il mio imprinting.
L’oncologia però non è solo medicina: è il luogo in cui vita e morte si sfiorano ogni giorno. Perché ha scelto proprio questo campo?
Perché è la branca più trasformativa della medicina. L’oncologia è un confine, un crocevia. È lì che la vita e la morte si guardano negli occhi, ogni giorno. È lì che il medico non può più rifugiarsi nella tecnica pura: deve fare i conti con il limite, con il dolore, con l’ingiustizia apparente della malattia. Ma anche, paradossalmente, con la speranza più autentica. Quella che nasce dalla certezza e dalla possibilità insieme.
In oncologia non curi semplicemente un tumore, un organo, una cellula impazzita. Curi una persona nella sua totalità. Con la sua storia, le sue paure, i suoi legami, la sua fede o la sua disperazione. E questo ti cambia. Ti costringe ad ascoltare con altri sensi, a guardare oltre il referto, a entrare in una relazione profonda, non solo clinica.
È una medicina che ti coinvolge con tutto te stesso. Che ti chiama a essere, più che a fare. E in cambio ti regala qualcosa di raro: la possibilità di toccare la verità dell’umano, senza filtri. Anche solo per un istante.
Quanto conta la spiritualità nel suo modo di essere medico?
Tantissimo. Per me la fede è stata un dono, ma anche un cammino. Non la intendo come rifugio emotivo o come superstizione, e certamente non come negazione della scienza. Al contrario: la fede, nel mio vissuto, è una forma di conoscenza — diversa, ma non meno autentica della conoscenza razionale.
La fede comincia dove la ragione si arresta, ma non la contraddice. La completa. Mentre la ragione analizza, misura, distingue, la fede intuisce, unifica, abbraccia ciò che sfugge al controllo. Le due non sono in conflitto: sono due occhi diversi con cui guardiamo lo stesso mistero.
Nella mia professione, questo sguardo mi accompagna ogni giorno. Quando parlo con i pazienti, quando entro in sala operatoria, quando mi confronto con la sofferenza e con il limite umano, porto dentro di me questa consapevolezza doppia: la lucidità della medicina e la profondità della fede. E quando i pazienti hanno bisogno, se lo desiderano, cammino accanto a loro anche su questo piano. Non impongo nulla, ma offro una presenza intera, che include corpo, mente e spirito.
La malattia secondo lei è una deviazione dal naturale, un errore, o qualcosa che ha un senso più profondo?
Non è un prezzo da pagare. È parte di una natura imperfetta, limitata. Anche chi non crede può vedere il limite come realtà strutturale dell’esistenza. Il peccato originale, nella visione cristiana, è semplicemente il segno di questo limite: “peccare” vuol dire “mancare il bersaglio”. Noi viviamo nel limite. Il nostro compito è accompagnare, alleviare, quando possibile guarire.
Si è mai sentito strumento di qualcosa di più grande? E ha mai temuto che il suo ego potesse prendere il sopravvento?
Ogni giorno, con consapevolezza crescente, mi percepisco come uno strumento, non l’artefice. Non sono io che salvo, non sono io che decido. Se un medico comincia a credere di essere il protagonista assoluto, cade in una trappola sottile: quella dell’onnipotenza. È un’illusione che può sedurre, soprattutto quando si ha successo. Ma è anche una delle più grandi minacce alla nostra umanità e alla nostra lucidità.
L’ego è sempre in agguato. Non quello sano, che serve a stare in piedi, ma quello che ti fa sentire indispensabile, superiore, centrale. È lì che si rompe l’equilibrio, e la medicina diventa autoreferenziale.
Io cerco ogni giorno di custodire il dono che mi è stato dato: il talento, la vocazione, la possibilità di servire la vita. Non mi appartiene. Il mio compito è non rovinarlo, non tradirlo, non usarlo per costruire un piedistallo, ma per creare relazioni, possibilità, speranza. Posso solo essere fedele a ciò che ho ricevuto. Mai appropriarmene.
Ha mai avuto paura di diventare cinico, distaccato, per difendersi?
Sì, è un rischio reale. Ma bisogna imparare a tenere la giusta distanza. Come un libro: se lo tieni troppo vicino non lo leggi, se lo tieni troppo lontano, ne perdi le parole. La distanza non è disumanità, è equilibrio. Ma non deve mai mancare la simpatia umana: non parlo di empatia, è una parola troppo astratta. Simpatia è stare accanto. E ricordare sempre: il prossimo paziente potremmo essere noi.
Ha mai raccolto testimonianze di esperienze di premorte tra i suoi pazienti?
Mi è capitato due volte, in maniera chiara e indelebile. Pazienti in arresto cardiaco, clinicamente morti per alcuni minuti, che al risveglio hanno raccontato di essersi visti dall’alto, distaccati dal corpo, come se fossero spettatori della scena. Hanno parlato del tunnel, della luce intensa ma non accecante, e di volti familiari che li accoglievano con amore.
Quello che colpisce non è solo la forza emotiva di questi racconti, ma la loro coerenza straordinaria, anche tra persone di culture e credi diversi. Esiste una sorta di grammatica comune dell’oltre-vita, che si ripete con sfumature diverse ma con uno stesso nucleo esperienziale.
Nella letteratura orientale, per esempio, non si parla di tunnel ma di fiume, di attraversamento. E questo mi fa pensare che, forse, l’esperienza sia la stessa ma venga tradotta nella lingua simbolica di ciascuno. Io credo che Dio, nella sua misericordia, si manifesti a ognuno secondo la propria cultura, la propria sensibilità, il proprio cuore. Come un padre che parla ai suoi figli con parole che possano comprendere. Il mistero è uno, ma i linguaggi sono tanti.
Cos’è per lei la coscienza? E cos’è l’anima?
L’anima è il pricipio vitale e spirituale dell’ essere umano, quel germe di eternità che l’uomo porta con se. Non credo sia solo il frutto di sinapsi e impulsi elettrici. Quando guardo mio padre, malato, con un corpo consumato ma lo sguardo ancora pieno di vita, capisco che lo spirito non invecchia. L’anima è la parte immortale. La coscienza è come un riflesso dell’anima su se stessa.
Se dovessi trovare un’immagine, direi che la coscienza per la medicina è ciò che la meccanica quantistica è per la fisica: un territorio affascinante, ricco di intuizioni ma ancora privo di un linguaggio pienamente adeguato. Nulla esiste isolato: né in biologia, né in fisica, né nello spirito. È nella relazione tra medico e paziente, tra corpo e anima, tra individuo e comunità, che si manifesta — per me — il divino. Non come dogma, ma come presenza sottile e costante, che ci guida anche dove la scienza si ferma e il cuore comincia a cercare.
Cosa pensa quando un medico dice ad un paziente: “Le restano tre mesi di vita”?
Credo sia un gesto profondamente sbagliato, sotto ogni profilo: umano, etico e clinico. Nessuno di noi ha il diritto – né la capacità reale – di fissare una scadenza alla vita di un altro essere umano. Quando dici a qualcuno “le restano tre mesi”, non gli stai dando una verità, gli stai togliendo il futuro. E spesso, con il futuro, anche la forza di combattere, di sperare, di vivere.
Io ho visto persone a cui era stato detto che non avrebbero superato l’estate vivere per anni. E ho visto altre che, pur con diagnosi meno gravi, si sono spente in poche settimane. La verità clinica va detta, sì, ma con delicatezza, con rispetto, con una profonda coscienza del peso delle parole. Le parole possono curare, oppure uccidere prima della malattia.
Ogni paziente è un mondo a sé. E la nostra responsabilità come medici non è solo quella di curare un corpo, ma di proteggere la dignità e la speranza di chi ci affida la propria fragilità.


