
La RWM Italia, controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, produce bombe e componenti per ordigni aerei nello stabilimento di Domusnovas, nel Sulcis-Iglesiente. Nata nel 2010, dà lavoro a circa 300 persone tra diretti e indotto, in un’area colpita da anni di crisi industriale.
Negli ultimi anni la fabbrica è finita al centro di inchieste e campagne pacifiste per le presunte esportazioni di armi verso Paesi in guerra, in particolare Yemen e Israele. Dopo la sospensione temporanea delle licenze nel 2019, la produzione è ripresa e oggi la RWM chiede un ampliamento dell’impianto, definito “raddoppio”, sottoposto a Valutazione d’Impatto Ambientale regionale.
Nel territorio la questione divide: per alcuni è un presidio occupazionale, per altri un simbolo della contraddizione tra economia e responsabilità etica. In questa linea di confine si colloca la Cgil, storicamente legata ai movimenti per la pace ma sulla Rwm di Domusnovas dice in maniera molto chiara di essere più orientata a un principio di legalità e neutralità che alla contestazione: nessuna opposizione se le procedure risultano legittime.
A esprimere questa posizione è Emanuele Madeddu, segretario della Filctem-Cgil del Sulcis-Iglesiente, che rappresenta i lavoratori della fabbrica. Madeddu parla del rapporto fra pace, lavoro e armi nel cuore della Sardegna.
La Cgil ha posto anche nelle sedi ufficiali il tema dei sospetti di vendita di armi della Rwm a Israele. Avete avuto risposte dal Ministero?
Sì, ne abbiamo parlato anche in riunioni ufficiali. Siamo in attesa di una risposta. Il Ministero, da quanto abbiamo letto, tende a ridimensionare la questione, ma i sospetti restano concreti.
Se il Ministero dovesse escludere qualsiasi esportazione di armi verso Israele, qual è la posizione della Cgil?
Il nostro campo di appartenenza è quello della legalità. Quando il governo sospese le licenze, noi rispettammo quella decisione. Così abbiamo fatto anche in seguito, attenendoci alle sentenze. Se il Ministero dirà che non ci sono vendite, prenderemo atto.
Quindi non un giudizio politico, ma un principio di rispetto istituzionale?
Esatto. Per noi il punto fermo è il rispetto delle decisioni assunte. Se emergessero elementi diversi, li affronteremmo, ma sempre all’interno del quadro legale.
Mentre sul raddoppio dello stabilimento Rwm qual è la vostra posizione?
Dobbiamo distinguere tra la questione etica e la procedura tecnica. Esiste una valutazione d’impatto ambientale e una competenza della Regione. È la Giunta che deve decidere, sulla base degli elementi tecnici, se autorizzare o meno.
Quindi la Cgil non si esprime nel merito?
Noi chiediamo che la Regione concluda la procedura in tempi normali e con trasparenza. È una questione tecnica, non politica.
La deputata Francesca Ghirra, dei Progressisti, ha parlato di un possibile “trasferimento di forza lavoro” dalla chimica alla fabbrica d’armi, dalla “fabbrica di pace” alla “fabbrica di guerra”. Condivide questa lettura?
Pensare di risolvere la crisi del polo di Portovesme spostando duecento persone non affronta il problema vero. Può attenuare una tensione sociale, potrebbe calmierare. Forse. Ma non sarebbe certo una risposta industriale. Portovesme ha bisogno di un piano di rilancio complessivo. Inoltre, non è detto che quelle duecento persone abbiano le competenze richieste: servono professionalità specifiche.
La Cgil ha una tradizione pacifista. Come si concilia con l’eventuale ampliamento di una fabbrica d’armi?
Noi non sosteniamo nessuna procedura di tipo tecnico. Le istituzioni devono valutare se un’attività può essere svolta o no. Se la legge lo consente, si può fare; se non lo consente, non si fa. È così che ci comportiamo da sempre.
Ma quando c’è da prendere una posizione, di solito la Cgil non si tira indietro. Anche e soprattutto se ci sono questioni etiche da considerare. Qui non c’è una questione etica? Una linea rossa che un sindacato come la Cgil non dovrebbe oltrepassare?
L’etica per noi è quella della legalità. Non siamo noi a stabilire se una fabbrica debba esistere o meno. Noi rispettiamo le procedure, i vincoli e le leggi.
Eppure la Cgil si è mobilitata per la pace, ha aderito a manifestazioni e appelli contro la guerra. Non è una contraddizione?
No. Il nostro impegno per la pace è reale e continua, non mettiamo certo la testa sotto la sabbia. Ma la pace passa da processi politici e internazionali, non da una singola fabbrica. Noi lavoriamo per la pace perché crediamo che la pace porti al disarmo. È un percorso complesso.
Il raddoppio di una fabbrica delle armi va nella direzione opposta al disarmo.
Non è questione di dove si producano le armi. Se le guerre continuano, non serve che le armi si facciano altrove. La battaglia vera è perché le guerre finiscano.
Quindi lei dice: il problema non è la fabbrica, ma il contesto globale.
Esatto. Non serve spostare la produzione in un’altra parte del mondo, non basterebbe e non mi accontenterei. Serve cambiare il mondo, evitare che ci siano guerre.
Ma allora, in concreto, come si traduce l’impegno per la pace della Cgil in Sardegna, dove le fabbriche d’armi sono una realtà?
Noi continuiamo a lavorare perché ci sia la pace nel mondo. Ma non è da qui che si decide la pace. Si decide altrove, a livello politico e internazionale.
Quindi, se la Regione approverà la Valutazione d’Impatto Ambientale, la Cgil cosa farà?
Noi prenderemo atto della decisione. Non è compito del sindacato stabilire la legittimità di una procedura amministrativa.


