La Sella del Diavolo contesa tra tutela ambientale e ciclismo: il parere di Simone Scalas Solinas

Sella del Diavolo

La Regione ha avviato una consultazione pubblica per modificare le prescrizioni di massima e di polizia forestale (PMPF), proponendo un nuovo comma all’articolo 5 per vietare il transito delle biciclette – anche quelle a pedalata assistita – nella Sella del Diavolo e nel Colle di Sant’Elia, due aree di pregio naturalistico e ambientale del comune di Cagliari.

L’obiettivo è contenere il degrado documentato dal Corpo Forestale: erosione, perdita di vegetazione, compattamento del suolo e una rete di sentieri abusivi lunga oltre 36 km. Tuttavia, la misura ha suscitato perplessità in molti, soprattutto tra gli appassionati di outdoor e cicloturismo.

Al riguardo, ecco il parere di Simone Scalas Solinas, guida cicloturistica con esperienza internazionale, che propone una visione alternativa alla logica del divieto.

“Non servono divieti, serve pianificazione”

“Come in migliaia di altri posti – ci dice Scalas – basterebbe prevedere dei percorsi appositi solo per le bici, e si risolverebbe tutto”. Per lui, il problema non è la mountain bike in sé, ma l’assenza di una progettazione che regoli i flussi senza danneggiare l’ambiente.

Ma dietro questa mancanza – continua ancora- si cela un problema culturale. “C’è una fortissima cultura contro la bici, da qualsiasi parte la guardiamo”, afferma. Il divieto di pedalare sulla passeggiata in legno di Su Siccu, secondo lui, è simbolico: la bici viene spesso vista come un intruso, anche in città.

Questa ostilità si estende anche alle strade: chi pedala è spesso considerato un ostacolo dagli automobilisti, mentre le piste ciclabili sono scarse o disconnesse. “La bicicletta viene tollerata solo se invisibile”, sembra dire tra le righe. Ma la bici è parte della soluzione, non del problema.

“Se continuiamo a escluderla dai luoghi pubblici e naturali, perdiamo un’occasione. In Europa, i percorsi ciclabili sono un valore turistico e ambientale. Qui si risponde solo con i divieti”. Serve un cambio di mentalità, conclude: includere e pianificare, non proibire.

Tutela del territorio ma non chiusura

“Il degrado ambientale nella Sella del Diavolo è indiscutibile, ma la risposta della Regione rischia di colpire il bersaglio sbagliato. Il divieto di accesso alle biciclette -spiega Scalas- non risolve il problema alla radice.” “Anche chi cammina danneggia piante e suolo. Che facciamo, vietiamo di salire alla Sella e mettiamo i tornelli?”, provoca.
Ogni attività, se non regolata, può avere un impatto. Ma per Scalas il vero problema non è la fruizione, bensì la mancanza di gestione. “Il degrado nasce dal disordine, non dalla bici in sé. Dove manca pianificazione, l’ambiente si consuma”.

Secondo lui, la tutela non può diventare sinonimo di esclusione. “Chi ama questi luoghi non va allontanato, ma coinvolto. Servono tracciati sostenibili, manutenzione costante e una visione chiara. Vietare senza proporre alternative significa lasciare il territorio senza cura né presidio”.

Un’ecologia attiva e consapevole

Simone Scalas non nega l’urgenza di proteggere la Sella del Diavolo, ma rifiuta l’idea che la chiusura totale sia l’unica soluzione possibile. Per lui, la vera tutela nasce da un approccio integrato: educazione ambientale, tracciati segnalati, manutenzione continua e coinvolgimento diretto delle comunità ciclistiche. “La mountain bike può essere ecologica, se praticata con consapevolezza”, spiega.

Nella sua visione il problema non è la presenza delle bici, ma l’assenza di regole e di una gestione responsabile. In molti paesi europei, i trail per mountain bike vengono progettati per ridurre l’impatto ambientale e allo stesso tempo valorizzare il territorio. “Lì sono una risorsa economica e ambientale, qui invece dobbiamo ancora giustificare la nostra esistenza. È come se andare in bici fosse un problema, non un’opportunità”.

Per questo propone un cambio di prospettiva: non vietare, ma includere, educare e pianificare. “Escludere chi ama questi luoghi è un’occasione persa. Solo con una gestione intelligente si può proteggere davvero la Sella, senza trasformarla in uno spazio chiuso e inaccessibile”.

Il ruolo delle associazioni

Sul Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), che ha espresso soddisfazione per la proposta della Regione, Simone Scalas mantiene una posizione equilibrata, ma non rinuncia alla critica. “Penso che il GrIG sia a volte troppo radicale, anche se li supporto”, afferma. Riconosce l’importanza del loro ruolo nella difesa del territorio, ma invita a un approccio più realistico e costruttivo. “Bisogna essere pragmatici: se impediamo ogni forma di accesso, rischiamo l’abbandono dell’area e una gestione ancora peggiore”.
Il vero rischio è trasformare la tutela in esclusione. “Quando si proibisce tutto, si perde il presidio attivo del territorio. Le persone che vivono, percorrono e conoscono questi luoghi sono spesso le prime a notare i problemi e a difenderli davvero”. Il dialogo tra istituzioni, ambientalisti e fruitori – sostiene – è fondamentale per trovare soluzioni efficaci. “Le battaglie ideologiche non salvano l’ambiente. Servono alleanze intelligenti, non muri”.

Fruizione e tutela possono coesistere

Si possono trovare nuovi modi concreti per conciliare sport, turismo e tutela ambientale. “Il turismo lento, sostenibile, è il futuro della Sardegna. La bici ne è parte integrante. Se continuiamo a bandirla dai luoghi più belli, stiamo perdendo un’occasione culturale ed economica”, afferma. Il punto, secondo lui, è passare da una logica di emergenza a una visione pianificata, dove la fruizione sia regolata e non respinta. “La bicicletta non è il nemico. Se ben integrata, può diventare uno strumento per valorizzare, non per distruggere”.

La consultazione pubblica aperta dalla Regione – disponibile sui siti istituzionali – rappresenta -secondo Scalas- un momento decisivo: non solo per chi pratica sport all’aria aperta, ma per tutti coloro che credono in un uso responsabile del territorio. “È l’occasione per costruire una visione condivisa, dove l’ambientalismo dialoghi con la fruizione attiva, e non la escluda a priori. La tutela vera – conclude – nasce dall’inclusione, non dall’esclusione”.

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