
All’inizio era una battuta scherzosa, poi è arrivato il meme sui social, e ora, dopo due Coppa Davis consecutive, cominciamo a crederci: gli italiani non sono più un popolo di calciatori, ma di tennisti. Le racchette hanno preso il posto delle scarpette. Al pallone, si preferisce la pallina. Merito dei grandi campioni che l’Italia ha sfornato in questi anni: Berrettini e Musetti; la Schiavone e la Pennetta; decine di altri e poi Sinner, il numero uno. Dietro tutte queste enormi icone dello sport internazionale, c’è lui: Angelo Binaghi, da Cagliari. Che ormai si è abituato a parlare in mondovisione e a rappresentare la superpotenza italiana nel tennis.
Binaghi è partito dal circolo tennistico cagliaritano ed è arrivato lassù. Attraverso i percorsi e le sfide che ha affrontato in questi anni.
Qual è il suo rapporto con la Sardegna?
Sono orgogliosamente sardo, legato alla storia e ai valori della mia terra. E come tutti i sardi sono estremamente testardo: alle volte è un difetto, ma può essere anche un pregio.
Perché ha scelto il tennis?
La mia famiglia ha portato questo sport in Sardegna. Mio padre e i miei zii fondarono il primo circolo di tennis a Cagliari, per loro così come per mia madre il tennis era anche una scuola di vita: per me è stato facile scegliere.
Partire da Cagliari nella carriera da dirigente: handicap o vantaggio?
Siamo un’isola con tutte le sue difficoltà e i limiti, però fare il dirigente dilettante in una realtà più piccola ti fa capire quanto sia importante il territorio e il lavoro alla base. Allo stesso tempo ho avuto la fortuna di avere un maestro come Antonello Montaldo che fin da subito ha creduto in me come uomo e come dirigente.
Un aneddoto che la lega particolarmente a Cagliari?
La Coppa Davis del 1968, dove ho fatto il raccattapalle a Nicola Pietrangeli: la foto è tuttora appesa nel mio ufficio a Roma. Ogni tanto la guardo e penso che sia forse stato un segno del destino.
Qual è lo stato dell’arte del tennis in Sardegna?
Direi molto buono, soprattutto in prospettiva.
Quanti meriti si attribuisce rispetto alla crescita del tennis in Italia negli ultimi anni?
La nostra forza dentro e fuori dal campo è la squadra. Siamo un gruppo – di amici prima di tutto – e di dirigenti. Ventiquattro anni fa abbiamo creduto di poter cambiare e migliorare il movimento tennistico italiano. E ogni giorno continuiamo a metterci il massimo impegno per fare sempre meglio.
Quali sono stati i momenti più difficili e quello di maggior soddisfazione nella sua carriera?
Il meno facile forse l’inizio dove abbiamo dovuto resettare tutto e ripartire, creandoci molti nemici. Erano persone che si erano erano assuefatte a un sistema che non funzionava perché non produceva benefici per il movimento tennistico, ma solo costi. Il momento più bello, forse, è stata la vittoria nel 2010 della Schiavone al Roland Garros: il primo Slam, un’emozione incredibile. Diciamo però che non ci siamo accontentati e con le donne prima e ora anche con gli uomini, ci stiamo togliendo tante soddisfazioni. Nell’ultimo anno a partire dal 26 novembre 2023 alla vittoria di domenica scorsa è stato un crescendo di trionfi spettacolare e indimenticabile.