
Se fosse un film di Sorrentino, Lavitola potrebbe essere Luigi Lo Cascio e Ranucci Silvio Orlando. Ma il centro del film non sarebbe stabilire chi è il buono e chi il cattivo. Sarebbe la parabola di un uomo divorato insieme dalla solitudine e dall’ambizione, e soprattutto quel punto ambiguo in cui non si capisce più se il potere lo stai combattendo o se hai cominciato ad averne bisogno.
Ranucci sarebbe interessante proprio perché non è né un eroe né un impostore. Mette realmente le mani dentro alcuni dei poteri più opachi del Paese, corre rischi, apre porte che molti preferirebbero lasciare chiuse. Ma c’è anche una deliberata ricerca di quel limite. Non è soltanto il potere che viene a cercarlo: è lui che gli va incontro. Cerca la notizia, il conflitto, il punto nel quale qualcuno reagirà. E a forza di vivere dentro quella tensione, l’essere minacciato, esposto, riconosciuto come quello che dà fastidio finisce inevitabilmente per confondersi con la sua identità.
Ed è qui che il personaggio diventa davvero ambiguo. Perché il coraggio e il narcisismo non sono necessariamente opposti. Possono abitare nella stessa persona. Si può essere minacciati davvero e, contemporaneamente, cominciare ad avere bisogno della propria condizione di minacciato. Si può denunciare il potere e scoprire, quasi senza accorgersene, che anche essere il nemico del potere è una forma di potere.
Lavitola è il suo doppio storto. Luigi Lo Cascio potrebbe renderlo benissimo: intelligente, insinuante, servizievole, ambiguo, uno di quegli uomini che sembrano conoscere sempre qualcuno, avere sempre un numero di telefono, una soluzione, un passaggio laterale. Non sai mai esattamente per chi lavori perché, in fondo, lavori soprattutto per la relazione che riesci a costruire con chi in quel momento conta.
Ranucci e Lavitola sono apparentemente lontanissimi, eppure condividono qualcosa: il bisogno di essere necessari.
Ranucci deve arrivare dove gli altri non arrivano. Lavitola deve conoscere qualcuno che gli altri non conoscono. Uno trasforma l’informazione in giornalismo, l’altro in influenza. Uno cerca la notizia che nessun altro possiede, l’altro il contatto, la protezione, la persona giusta da chiamare.
Entrambi vivono di reti. E intorno c’è la Rai. Non semplicemente un’azienda televisiva, ma un enorme palazzo italiano. Corridoi, camerini, studi illuminati a giorno e uffici semivuoti la sera. Dirigenti che cambiano con i governi, giornalisti che diventano personaggi, politici che telefonano ai giornalisti e giornalisti che telefonano ai politici. Consulenti, portavoce, autori, funzionari, uomini delle scorte. Nessuno possiede veramente tutto il potere e nessuno ne è completamente fuori. È lì che politica e giornalismo cominciano a somigliarsi.
Entrambi dicono di rappresentare qualcosa di più grande: i cittadini, il pubblico, la verità, la democrazia. Ma entrambi sono fatti anche di carriere, rivalità, audience, paura di essere sostituiti, bisogno di riconoscimento, rapporti personali. E fuori dalla Rai c’è l’Italia di oggi. Un’Italia spostata a destra e una sinistra che cerca disperatamente di recuperare terreno, ma che spesso sembra incapace di immaginare strumenti diversi da quelli che denuncia nell’avversario: occupare gli spazi, costruire il racconto, trovare il personaggio simbolico, presidiare televisioni e giornali, utilizzare retroscena, dossier, indignazione. Trasformare ogni vicenda in uno scontro tra campi contrapposti. Cambiano le parole. Cambiano i nemici. Cambiano i direttori. Il meccanismo resta. Il bisogno italiano di sentirsi dalla parte giusta mentre si utilizzano gli stessi strumenti del potere che si dice di combattere. Per questo Ranucci non dovrebbe diventare improvvisamente un impostore. Le sue inchieste rimangono lì, insieme ai rischi realmente corsi. È proprio questo a rendere interessante la sua parabola. Può avere ragione su molte cose e contemporaneamente non accorgersi più di quanto il ruolo che si è costruito abbia cominciato a costruire lui.
E Lavitola, dall’altra parte, non è soltanto il faccendiere da mettere nel ruolo del cattivo. È forse il personaggio che ha capito prima degli altri come funziona quel mondo: il potere non è qualcosa che possiedi. È la capacità di stare nel punto esatto in cui due persone che hanno bisogno l’una dell’altra non riescono ancora a parlarsi direttamente.
Perché forse questa sarebbe, alla fine, la storia di Ranucci e Lavitola: due uomini che credono di utilizzare il potere e lentamente scoprono quanto il potere utilizzi loro. Non necessariamente corrompendoli. A volte gli basta convincerli di essere indispensabili. (omar congiu)


