Orrore in Gallura: Georg Gostner e la strage di Santa Teresa

IMG_9718

Santa Teresa ha perso la parola. È inverno, e la Sardegna d’inverno non è cartolina, non è spiaggia, non è luce. È chiusa in se stessa, come una bestia che dorme tenendo un occhio aperto.
Le strade sono semivuote, quasi tutti i negozi sbarrati, le villette a schiera del residence Gallo di Gallura chiuse da mesi.
O quasi tutte.
Perché in una di quelle case, qualcuno è rimasto.
Qualcuno ha scelto di non partire, di restare dentro il silenzio. Cammina piano, come se avesse tempo. Ma lui il tempo non ce l’ha più.
Una finestra si apre nel cuore della notte. Una porta non verrà mai più chiusa.
Qualcosa sta per accadere, qualcosa di tremendamente irreparabile: è il 3 gennaio 1993 Santa Teresa diventa un teatro dell’orrore e una scogliera con vista sull’abisso.

Un amico di troppo

Ore 17. Georg Gostner esce dalla sua casa nella frazione de La Ficaccia, alle spalle di Santa Teresa Gallura. E’ un uomo solo ma non disarmato. Nel suo furgoncino Renault porta con sé due pistole Smith e Wesson: una calibro 22, l’altra 44 Magnum. Non ha fretta Georg. E’ un cacciatore silenzioso, uomo di terra e fucile. A La Ficaccia c’è un altro cacciatore che gli si para davanti: il suo amico, compagno e vicino di casa: Giovanni Antonio Cossu, 67 anni. Conosce Georg Gostner da anni, hanno diviso cartucce, carne di cinghiale. Gostner arriva che è quasi sera. Incrocia Cossu, e non si sa perché, quale sia stato il motivo, e se un motivo qualsiasi in effetti ci potesse essere: in ogni caso, gli spara.
Due colpi. Il primo lo prende in pieno petto. Cossu cade, pesante sul pavimento. La pozza di sangue si allarga.
Cossu respira ancora e Gostner risale in macchina. Il porto lo aspetta.

Il gioco interrotto

Il mare è piatto. L’aria ha sapore di sale e gasolio. Al porto, tutto sembra uguale a sempre. Ma non lo è. Ci sono delle barche, alcune ormeggiate da mesi, altre pronte a partire.
E su una di quelle barche, la Rita, si gioca a carte. Una partita lenta per riempire le ore stanche del tardo pomeriggio. A bordo c’è Guido Opizzi, quarantadue anni, skipper, uomo di mare e di poche parole. Sta ridendo. O forse sbuffando. Forse si lamenta di come gli gira male il gioco.
È tranquillo. Protetto dalla routine, dalla noia. Finché non sente un passo. Uno solo, Georg è lì. E’ salito a bordo come un’ombra, senza fretta, senza scuse.
Non parla, nessuno capisce. Poi il gesto improvviso, secco, preciso, bestiale. Georg Gostner lo colpisce alla gola con una delle sue pistole, forse la 22 o forse la 44, poco importa. Guido Opizzi porta le mani al collo, cerca l’aria, la voce, la ragione di quel dolore esploso dal nulla.
Il sangue gli cola tra le dita, le carte gli cadono dalle mani, il gioco è finito. Le grida arrivano dopo, troppo tardi, Gostner è già sparito. Ma ha colpito con ferocia, lasciando un uomo mezzo morto sulla barca. Ma non si volta. E’ già diretto verso un altro posto, un luogo dove si trova il suo cuore: la casa con i bambini. Quei piccoli corpi caldi che dormono indifesi. E lui quei figli, li ha già visti in silenzio tante volte. Ora li guarda con gli stessi occhi, ma non è più lo stesso uomo. Il mostro si è svegliato, niente può fermarlo.

Dentro casa

La casa è immersa nel silenzio. Ma dentro quel silenzio, c’è qualcosa che respira pesante.
La villetta si affaccia sul nulla. È una casa di vacanza, ma c’è chi l’abita anche d’inverno. Rubia Carvalho brasiliana di 27 anni vive li con i suoi figli, Diego 5 anni e Amanda di appena 2.
Sono rientrati da poco. Rubia chiude le finestre. mette a letto i bambini.
Rubia vuole fingere che tutto vada bene. Ma lei lo sente, lo sente arrivare. È una sensazione strana, viscerale.
Poco dopo, la serratura gira piano, senza fretta. Georg è entrato, cammina come se fosse casa sua.
Perché per lui, lo è ancora, anche dopo essere stato allontanato, anche se Rubia glielo ha urlato più volte basta. In quel salotto, il tempo si blocca. Georg è davanti a lei, Rubia lo guarda, lui ha in mano una pistola. Georg ha lo sguardo di chi non è più un uomo. Rubia capisce tutto in un secondo. Non c’è tempo per pensare. Non c’è tempo per urlare.
Scappa dalla finestra, corre, e a piedi nudi si imbatte nel buio freddo di quella notte.
Corre via lasciando i figli dietro di sé, perché non può fermarlo.
Perché fermarlo significa morire. E mentre Rubia sparisce nella macchia, nella terra bagnata, nella disperazione, lui sale le scale. Un passo alla volta, e ogni passo è una condanna. I bambini dormono ignari. Ma il diavolo li guarda e ha già deciso. Quel diavolo ha il volto, e il cuore spento di un padre, non più uomo ma bestia. Ma prima di sentire lo sparo, bisogna conoscere chi preme il grilletto.

Come si costruisce un assassino

Non tutti i mostri ringhiano, alcuni sorridono. Georg Gostner nasce nel 1956, a Bolzano. Montagne, silenzio, ordine. Un’infanzia rigida, ordinata, fredda. Georg non ha mai avuto bisogno di lavorare, i genitori gli danno tutto. Lui nel frattempo, passa le giornate a suonare la chitarra e leggere libri di filosofia tedesca, Nietzsche su tutti, e coltiva sogni di rock e onnipotenza. Impara presto che l’amore si guadagna col comportamento, e il rispetto si conquista con il controllo. Quando conosce Rubia, brasiliana, giovane, vitale, se ne innamora. La porta in Sardegna, alla Ficaccia. Un posto isolato. Freddo. Rubia ci arriva con due figli piccoli. Uno appena nato. Diego e Amanda. Ma anche lì, la storia è la stessa: lei si occupa della casa, dei bambini, di sopravvivere. Lui suona per ore, legge, si isola.

Il piano del boia

Non è cattivo. Non ancora. È indifferente. Narciso. Ossessivo.
Georg ha un modo tutto suo di amare. Un modo che stringe, che osserva, che pretende. È un amore fatto di proprietà, di confini invisibili da non oltrepassare. Poi qualcosa si spezza. Un litigio poi la distanza e infine una porta che si chiude più forte del solito.
Rubia si allontana ma Georg no, lui resta. E dentro comincia a bruciare. All’esterno, nessuno nota nulla, perché Georg continua a sorridere. Ma il suo più che un sorriso è un’ imitazione, un riflesso, un inganno. Comincia a controllare, sorvegliare, annotare ogni gesto di Rubia che diventa una prova, e ogni sua parola un’accusa. Per Georg la separazione è un dolore, un’umiliazione. Un disonore. E l’onore, per lui, non si perde, si difende con qualsiasi mezzo.
Parla di giustizia Georg, di figli “portati via,” di equilibri da ristabilire.
Si convince che solo lui può sistemare tutto, che sta facendo la cosa giusta. E allora inizia a costruire il piano. Con la freddezza dei giustizieri, o dei folli. Compra due pistole. Fa una lista, ogni nome non è un bersaglio. E’ una lezione. Quando entra nella casa, quella notte, non è più un uomo, Georg ha smesso di essere un padre, è un boia. E ora sta per entrare nella stanza a spegnere tutto.

Il mostro entra dalla porta

La porta si apre piano, come un coltello che taglia il silenzio. Dentro è tutto spaventosamente immobile e troppo innocente da potersi accorgere di ciò che sta per arrivare. Ci sono due letti, vicini. Diego dorme con le mani sotto il cuscino, Amanda stringe un peluche.
Li separa mezzo metro, e li unisce una condanna che non sanno, non sentono, non capiscono. La luce del corridoio filtra appena, quella è la stanza dei figli, quella dove di solito i mostri, stanno sotto il letto. Ma stanotte il mostro è entrato dalla porta. Georg li guarda, li fissa in silenzio.
In mano ha la pistola, si avvicina al letto di Diego, Il primo colpo è secco, crudele, preciso. Il bambino non fa in tempo a capire ad urlare. Amanda è li, forse ha sentito qualcosa o forse no, preme il grilletto e colpisce anche lei.
Il sangue non scivola, si allarga e inquina le coperte. Quel sangue macchia i sogni. In pochi secondi, la stanza si svuota del respiro. Resta solo il silenzio. Un silenzio che non sarà mai più lo stesso. Georg non piange, non cade in ginocchio ma resta in piedi come una bestia che ha spento il mondo. E in quella stanza che sapeva di latte, di giochi e di sogni, restano solo due corpi piccoli, immobili, e un buio immortale.

Un cuore che corre scalzo

Il mostro ha sparato, ma là fuori c’è ancora una madre che corre. Rubia è viva, corre senza scarpe, senza giubbotto, corre perché se si ferma, muore. I suoi figli sono rimasti lì e lei non può più salvarli. Rubia può solo sopravvivere per raccontarlo. L’asfalto è gelido, i piedi battono sulla strada, si graffiano, si feriscono, il cuore le esplode nel petto, ha lasciato tutto: il cellulare, la borsa, la voce, ma ha ancora il sangue. Riesce a raggiungere una casa, bussa, urla chiede aiuto con la voce disperata di chi non ha più tempo. Sono le 22,30, una chiamata raggiunge il 118, poi il 112.
I soccorsi partono, ma è già tardi, terribilmente tardi. Quando i carabinieri entrano nella villetta, la porta è ancora aperta. Qualcosa, nell’aria, puzza di morte. Salgono piano, non servono parole. Li trovano Diego e Amanda, distesi, freddi, il sangue è ormai quasi secco. Le pareti bianche sembrano urlare vendetta, orrore, ingiustizia. Nel frattempo, al porto, Guido Opizzi è vivo, è ferito gravemente, ma vivo.
Viene ricoverato, intubato, Guido Opizzi è sconvolto. Sarà lui a raccontare, nei giorni successivi, il volto del suo aggressore, Sarà lui a confermare che Georg è scomparso nel buio, con il sangue addosso. Nello stazzo della Ficaccia, Giovanni Antonio Cossu è agonizzante.
Lo trovano poco dopo, respira ancora, ma anche per lui, è solo questione di tempo.
E Georg? Georg non si trova. È sparito come un’ombra che ha finito il suo compito. Ma non è finita.

La vendetta si spara in bocca

La Sardegna si sveglia di colpo Il giorno dopo. E’ una Sardegna senza più colore. Il nome Georg Gostner è ovunque. I giornali scrivono, le radio trasmettono la notizia. Lo definiscono padre assassino, uxoricida mancato, pluriomicida. Ma nessuna parola basta, perché ci sono cose che le parole non riescono a contenere. Le indagini partono subito, ma la lista delle vittime è già troppo lunga.
Diego, Amanda, Giovanni Antonio Cossu, morto dopo giorni di agonia. Guido Opizzi, sopravvissuto per miracolo. Rubia, viva, ma devastata.
E poi, rimbomba una sola domanda, che nessuno riesce a formulare ad alta voce: perché?
E’ un paese in ginocchio Santa Teresa. Gli amici, i vicini, i carabinieri, tutti si muovono per cercare Georg. Ma Georg si è già cancellato dal mondo, con un colpo solo. Lo trovano qualche ora dopo, seduto nella sua auto, a pochi chilometri da lì. La bocca spaccata da un colpo di pistola, la testa china, Il sangue rappreso sulle mani. Si è sparato in silenzio, con la stessa calma con cui ha aperto la porta dei suoi figli. Nessuna lettera, nessun rimorso. Solo fine.

La morte non ha chiuso la porta

Ci sono tragedie che sporcano la cronaca, e poi ci sono quelle che rompono la carne della storia, che si incastrano nel tempo, e non se ne vanno più. La villetta di Santa Teresa di Gallura è ancora lì.
Ogni tanto, qualcuno ci passa davanti piano. Abbassa lo sguardo, cambia strada. Perché da quella casa non è mai uscito solo il male, da quella casa è uscita la morte che non ha mai smesso di camminare. I letti sono stati rifatti, i muri ridipinti, le finestre richiuse. Ma se si resta in silenzio, se ci si avvicina abbastanza, qualcosa la si sente ancora. Un’eco, un sussurro, due voci piccole, che chiedono ancora perché.
E un padre che, nel buio, ha smesso per sempre di essere un uomo.

prova
cropped-favicon-sn24.png
Condividi

Articoli correlati