
Milano si sveglia sotto una pioggia fina che sembra nebbia. È il 30 novembre 1946, un venerdì freddo. L’odore dei camini si mescola al fumo dei tram, e sui marciapiedi si cammina piano, come per non disturbare il silenzio che gocciola dai tetti. L’Italia è uscita da una guerra, ma la guerra non è uscita dalle persone. Minuccia Somaschi attraversa via San Gregorio stringendosi nel cappotto. Lavora in un negozio di stoffe e ogni mattina passa a prendere le chiavi a casa del principale, Pippo Ricciardi. Al primo piano del civico 40. Oggi, però, qualcosa che non convince. La porta è socchiusa e le luci sono accese. Chiama piano, ma nessuno risponde. Spinge appena l’uscio, l’aria che esce da lì dentro sa di freddo e di chiuso, ma sa anche di qualcosa che non ha nome. Fa un passo, poi un altro. E la vede. Franca Pappalardo è riversa a terra, la testa sfondata, la pelliccia indosso, le gambe scoperte, in una pozza di sangue.
Minuccia si copre la bocca, ma non è finita. Vicino alla porta, c’è il corpo di Giovannino, sette anni. E più in là, Giuseppina, che di anni ne ha quattro. Accanto alla macchina da cucire, il seggiolone. Un bambino di dieci mesi con la testa reclinata. La commessa corre giù urlando, poi sviene. Quando riapre gli occhi, la casa è piena di giornalisti, flash, taccuini. Nessuno aveva mai visto una strage così, nessuno era pronto.
Eppure, qualcosa sul tavolo della cucina comincia a parlare.
Quando la polizia arriva, l’appartamento è già invaso. Giornalisti, fotografi, curiosi. Qualcuno ha fatto entrare la stampa, altri sono entrati da soli. I corpi vengono spostati per le foto.
Il commissario Mario Nardone osserva in silenzio, è un uomo di pochi gesti. Non guarda i cadaveri, guarda le tracce, nota la casa devastata, i cassetti svuotati, gli armadi aperti. Un agente sussurra: «Rapina finita male». Nardone non risponde. Si china. A terra, sotto la finestra, ci sono sei astucci di velluto vuoti.
Sul tavolo della cucina, tre bicchieri. Uno per l’acqua, due da liquore, uno è rosato. Il vino è rosolio, una gentilezza, una forma di accoglienza, qualcuno è stato lì come ospite. Nardone prende in mano il bicchiere e lo gira verso la luce, poi nota un frammento di carta sotto la credenza, Lo raccoglie, un angolo di foto. Aggiunge altri due pezzi, come in un puzzle. Si ricompone un’immagine: Franca Pappalardo in abito bianco, accanto a lei, suo marito: Pippo Ricciardi. Il volto di lei è stato strappato con rabbia, Nardone guarda di nuovo i bicchieri. E capisce, chi ha massacrato quella famiglia non cercava soldi, cercava qualcosa di molto più feroce, cercava vendetta.
Ha finito il turno in pasticceria alle sei in punto.
È scesa in strada col cappotto stretto sul corpo, i tacchi attutiti dalla pioggia, la testa bassa sotto il cappellino. Milano le cola addosso, fredda e grigia. Cammina come chi non ha una meta. Ma una meta ce l’ha, e la conosce benissimo.
Rina Fort percorre la città come un’ombra, nessuno la nota. Ha 31 e niente tra le mani, un lavoro mediocre, un uomo che l’ha scaricata, una bellezza che sfiorisce ogni giorno. E dentro, una rabbia che cresce. Sotto i lampioni, rivede le parole di Franca: “Lei ha vinto, ma Pippo mi preferirà sempre.” Le frullano in testa come chiodi. L’umiliazione è diventata fame, fame di riprendersi ciò che crede suo. Arriva davanti al civico 40 di via San Gregorio, alza lo sguardo, una luce è accesa, sente ridere dei bambini. Le tre ombre oltre le tende, Il cuore le batte forte, ha le mani gelate e la testa che urla. “Forse posso parlare. Forse posso spiegarle.” Pensa. Forse. Sale,Un piano solo, davanti a lei la porta, esita poi bussa. Qualcuno si avvicina, una voce di donna, una voce incinta. E quel che accade dopo, nessuno potrà dimenticarlo.
Franca le apre la porta con il ventre gonfio e lo sguardo stanco. Forse pensa che Rina sia lì per chiedere scusa, forse vorrebbe sbatterle quella porta in faccia, Ma ci pensa e la fa entrare. Si siedono in cucina. Il piccolo Antonino è sul seggiolone, Franca versa due bicchieri di rosolio, Rina lo beve, lentamente. Le parole iniziano a scivolare fuori, poi diventano taglienti, accuse, rimpianti, insulti. Poi uno scatto improvviso.
Rina afferra qualcosa, è un batticarne. E colpisce, una, due, tre volte. Franca grida, cade,Il sangue macchia la pelliccia. Dall’altra stanza arriva Giovannino, urla “Mamma!”, si scaglia contro l’assassina. Ma ha sette anni. Rina lo afferra per le spalle e lo scaraventa a terra, gli spacca la testa.
Giuseppina cerca di scappare, si rifugia contro la porta,Rina la raggiunge, la colpisce nove volte. La bambina si accascia con gli occhi spalancati. Poi resta solo Antonino, strilla nel seggiolone. Rina lo guarda, ha dieci mesi. Gli stringe la testa, poi gli mette un panno in bocca per farlo stare zitto. Ora tutto tace, a parlare solo il sangue, ovunque. Nelle mani, sotto le unghie. Rina respira forte, è zuppa, non di pioggia, di vita strappata. Eppure, tra quelle pareti fredde, c’è ancora qualcuno che respira. E lei… non ha ancora finito.
Rina è ferma in mezzo al massacro. Respira a scatti, le mani le tremano, il batticarne le scivola dalle dita. Franca non si muove più, i bambini rantolano. Nessuno è morto, ma nessuno è più vivo. Ora comincia l’altra parte. Rina si aggira tra le stanze come una ladra, ma non cerca denaro, cerca una via d’uscita. Fruga nei cassetti, rovescia gli armadi, getta a terra gli astucci vuoti. Deve sembrare una rapina. Poi si accorge delle scarpe, le sue sono troppo leggere. Non vuole sporcarsi, indossa gli scarponi da uomo di Pippo, e inizia a camminare sopra Franca. Le rompe sette costole, ma non basta.Prende acqua, la getta in faccia ai bambini, uno per uno, sperando che sia finita, ma non lo è. Antonino ha ancora un filo di respiro. Rina gli infila un panno in bocca, lo fa anche con gli altri. Tutti in silenzio. La casa è un acquario di sangue, i muri ascoltano, ma non parlano. Rina guarda la scena un’ultima volta, poi apre la porta e scompare nella pioggia. E nessuno, nessuno, la vede uscire. Non ancora.
Caterina Fort, detta Rina, nasce tra le colline di Santa Lucia di Budrio, nel 1915. Ultima di sei figli. Poveri, troppi e dimenticati. La casa è umida, le ginocchia sempre sporche di terra. Il padre la chiama la piccola tigre, ma una notte d’estate un fulmine centra il tetto. Brucia tutto,
Tutti si salvano, ma qualcosa dentro di lei si rompe.
A tredici anni è in montagna col padre,
C’e un salto da superare, Rina si blocca. Ha paura, l’uomo le tende la mano: “Dai, basta un passo.” Lei la ritrae. Il padre scivola,cade muore davanti a lei. Da quel giorno, il suo corpo cambia, crisi nervose, dolori. Il ciclo non arriva. Diagnosi: ipogenitalismo. Un utero troppo piccolo per ospitare una vita.
Scappa a Milano. Il viso duro, il corpo esplosivo. Gli uomini la cercano, lei li studia. Uno muore di tubercolosi. Un altro la sposa, poi la violenta travestito con i suoi abiti. Chiede la separazione, vuole dimenticare.
Poi arriva lui, Giuseppe Ricciardi, Pippo. La guarda con occhi pieni, la fa sentire desiderata. Parlano di futuro, aprono un negozio. Lei lo aiuta, si sente “la signora”.
Finché un giorno, una donna entra nel negozio. Ha tre figli e la pancia gonfia. “Sono la moglie di Pippo. Questi sono i nostri bambini.” Rina impallidisce, si sente cadere. Franca la caccia via davanti a tutti. Le ruba la faccia, il nome, la vita. Pippo le dà una liquidazione e la lascia.E da quel momento, il dolore diventa rabbia. E la rabbia inizia a covare.
La mattina dopo la strage, Rina Fort serve dolci nella pasticceria di via Settala. Ha i guanti, il sorriso educato. Quando due agenti la raggiungono, lei chiede: “C’è qualcosa che non va?” In commissariato è fredda, distaccata, nega tutto. “Io e Giuseppe Ricciardi? Solo un rapporto di lavoro.” Ma nessuno ci crede.
Quando Pippo rientra da Prato, trova la strada sbarrata. Una folla davanti al portone. Amici siciliani lo fermano: “È stata lei, quella strega.” Pippo urla, minaccia, impazzisce. Ma poi succede l’impossibile. Al commissariato, quando la vede, le corre incontro, l’abbraccia, la stringe, la bacia. Lei gli sussurra qualcosa, nessuno capisce. È l’ultimo bacio, dopo Rina cambia. Diventa veleno puro, Inizia a parlare, a confondere. Otto versioni diverse dei fatti, aggiunge cancella, insinua. Tira dentro Pippo, dice che sapeva tutto, che l’ha aiutata, che era d’accordo. Lui la rinnega, lei lo infanga. Due amanti che si strappano la pelle. Una danza di bugie, veleni, accuse. E mentre Milano guarda, scandalizzata, qualcuno prepara il processo più oscuro del dopoguerra.
10 gennaio 1950. Rina Fort entra in aula con un foulard giallo e i guanti neri. Ha il volto coperto, ma gli occhi scoperti. Non abbassa lo sguardo. Si muove con grazia, con eleganza.Fuori dal Palazzo di Giustizia c’è una folla mai vista, dentro, silenzio. Qualcuno sussurra: “Non sembra una belva.” I fotografi scattano come a un’attrice. Lei posa, sorride, poi si ricompone. Il processo è un teatro, lei l’unica protagonista. Otto versioni diverse dei fatti. Nessuna lacrima. Nessun pentimento, solo quando parla di Pippo la voce le trema. “Non è illusione, e’dolore. Avrei voluto solo che mantenesse ciò che mi disse, quando mi abbracciò.”
La perizia psichiatrica del professor Saporito è implacabile. Rina è sana di mente, Lucida e capace di intendere e di volere. “Delitti commessi con lucidità sconcertante,” scrive il luminare.
Poi, alle 12.15 del 20 gennaio, il verdetto:
“Esclusa la premeditazione. Pena: ergastolo.”
Qualcuno applaude, qualcuno piange. Rina no, resta immobile come una pietra, come una tigre che ha finito di ringhiare.
Ma le notti, nella sua cella, hanno tutte lo stesso incubo.
E lui ha dieci mesi e urla ancora.
La cella è fredda, piccole e spoglia. Nessuno parla con Rina Fort. Nessuno le scrive, nessuno le tende più la mano.
Ogni notte, nel buio, arrivano, sono i bambini.
Antonino, Giuseppina, Giovannino.
Non parlano ma la guardano, hanno il volto sfigurato. Gli occhi pieni d’acqua, lei si sveglia urlando, sempre allo stesso punto, sempre alla stessa ora.
“I bambini no. I bambini non li ho uccisi io.” Lo ripete a bassa voce, mentre lavora ai ferri. Ogni giorno, per anni, piccoli vestitini, cuffiette, scarpine. Li piega con cura, li sistema. Nessuno li indosserà mai.
La direttrice dice che non ha mai visto una detenuta così metodica, precisa, silenziosa.
Ma c’è qualcosa nei suoi occhi che non dorme mai.Nel 1964 scrive una lettera ai familiari di Franca, chiede perdono, non riceverà risposta.
Il 12 febbraio 1975, dopo 29 anni, ottiene la grazia, esce ma non è libera.
Prende il cognome del marito dimenticato: Benedetti. Si rifugia a Firenze, la riconosce, Ma lei si riconosce ogni notte.
Perché la vera condanna non è l’ergastolo.
È svegliarsi ogni giorno con le mani sporche di lana, e sapere per chi stavi cucendo.
Caterina Fort muore il 2 marzo 1988, nel suo letto, a Firenze. Ha settantatré anni, non si chiama più Fort. Firma come Benedetti. Ma quel nome non la salva.
Nessuno la piange, nessuno la odia più. Forse perché nessuno se la ricorda, ma basta pronunciare “la belva di San Gregorio” e tutto ritorna.
Pippo Ricciardi si era risposato, aveva avuto un altro figlio, era tornato a Catania, dove aprì un nuovo negozio. Provò a dimenticare, non ci riuscì mai.
La casa di via San Gregorio, già maledetta prima della strage, fu abbandonata. Si dice che i nuovi inquilini non vi restassero mai a lungo. Troppo silenzio, troppa eco.
Rina, fino all’ultimo, non ha piu parlato, nessuna intervista, nessuna memoria. Ma ogni notte, anche da libera, accendeva la luce nel corridoio. Forse aveva paura del buio. O forse aveva capito che, anche quando credi di aver cambiato vita,
c’è sempre una porta che resta socchiusa.
E dietro quella porta, resti tu Rina, la belva.