
La Sardegna è la seconda regione italiana – dopo la Toscana – ad approvare una legge sul fine vita. La norma, ispirata alla proposta dell’Associazione Luca Coscioni, intende applicare sul territorio le indicazioni della sentenza della Corte Costituzionale del 2019, prevedendo un iter sanitario e una valutazione etica per accedere al suicidio medicalmente assistito. In questo contesto, si è inserito l’intervento del dottor Giuseppe Castello, medico e docente di bioetica, ascoltato in audizione dalla Commissione Sanità della Regione Sardegna. Il suo è stato un richiamo fermo alla prudenza giuridica e alla responsabilità politica.“Se proprio fosse inevitabile disciplinare il fine vita, meglio una legge parlamentare che ne attutisse le conseguenze negative che una fuga in avanti delle Regioni”, ha affermato con decisione. Per Castello, la materia non può essere lasciata alla frammentazione regionale, perché investe direttamente questioni di diritto penale e principi etici e costituzionali. “Siamo davanti a una scelta politica, non solo medica. Le Regioni possono davvero sostituirsi al Parlamento su un tema che riguarda la vita, la morte e il fondamento stesso della convivenza civile?”.
Oltre il principio, della legge approvata oggi Castello contesta anche una lettura espansiva della sentenza 242 della Corte Costituzionale, che ha depenalizzato l’aiuto al suicidio solo in presenza di requisiti stringenti: “La sentenza del 2019, pur tanta parte dell’opinione pubblica e degli esperti di diritto non condivisa, indica come ruolo del servizio sanitario esclusivamente quello di verificare i requisiti, dunque non quello della fornitura dei mezzi né del personale medico”. Inoltre l’autorità competente dovrebbe sempre escludere l’istigazione, per evitare zone grigie in cui “abusi o pressioni indebite” potrebbero determinare i malati al suicidio o rafforzarne il proposito, fattispecie dell’art. 580 che restano sempre penalmente perseguibili.
“La medicina non può oltrepassare la linea della morte”, ha affermato con decisione Castello. A suo avviso, ridurre il medico a semplice esecutore della volontà del paziente significa snaturarne la funzione: “Il medico non è un ingegnere chiamato a costruire o demolire, ma un professionista della cura, anche nella fragilità”. Il proposito di suicidio, aggiunge, è sempre un sintomo, spesso legato a motivazioni esistenziali e non solo al dolore fisico: “La medicina ha fatto passi da gigante proprio grazie all’alleanza tra la ricerca e la speranza di superare le difficoltà insite nella malattia. Dalla penicillina alla terapia del dolore, ogni progresso è frutto della volontà di combattere la sofferenza, non di cedere ad essa”.
Prima ancora di discutere se esista realmente un diritto a morire, bisogna garantire il diritto a non soffrire, sottolinea Castello: “Le cure palliative oggi non sono omogeneamente disponibili, e spesso la copertura è a macchia di leopardo. In Sardegna ci sono stati progressi, ma il sistema resta fragile”. Uno dei limiti della sentenza 242, secondo il giurista, è proprio quello di non considerare il conflitto tra dolore estremo e lucidità decisionale: “Una persona segnata da una grave malattia può davvero essere libera nelle sue scelte? O rischia di sentirsi spinta verso il suicidio per non essere un peso?”. Per questo la vera sfida delle istituzioni dovrebbe essere quella di garantire l’accesso gratuito alle cure palliative, anche domiciliari: “Questa sì sarebbe una legge degna, fondata sul rispetto della vita, magari prevedendo dei voucher per far fronte alle spese laddove non sono ancora garantite cure capillari”.
A chi invoca la libertà individuale, Castello risponde con una riflessione di fondo: “Il diritto è veramente neutro? In realtà ogni legge riflette una visione della persona. Ad esempio se si può disporre della propria vita, perché non anche dei propri organi per necessità economiche?”. Secondo il docente, l’idea che la vita sia un bene privato da gestire a piacimento nasce da una visione utilitaristica, pericolosa per la società perché rischia di compromettere i principi di gratuità e uguaglianza che reggono, ad esempio, l’attuale rete solidale ed universalistica dei trapianti. “Questo mostra che la libertà ha senso se protegge anche la vita. Vita e libertà non devono essere messe in opposizione, ma custodite insieme”.
Infine, Castello richiama l’effetto emulazione documentato dalla scienza: “Ogni suicidio riuscito rischia di innescare altri casi. È per questo che i media, per responsabilità, scelgono spesso il silenzio”. In quest’ottica, una legge che normalizza e spettacolarizza il suicidio può avere effetti devastanti: “In una società afflitta dal declino demografico, dobbiamo invogliare i giovani alla vita, non alla morte”.


