Suicidio assistito in Sardegna. Il docente di bioetica Castello: “Il diritto alla morte è la morte del diritto”
“La medicina non può oltrepassare la linea della morte”, ha affermato con decisione Castello. A suo avviso, ridurre il medico a semplice esecutore della volontà del paziente significa snaturarne la funzione: “Il medico non è un ingegnere chiamato a costruire o demolire, ma un professionista della cura, anche nella fragilità”. Il proposito di suicidio, aggiunge, è sempre un sintomo, spesso legato a motivazioni esistenziali e non solo al dolore fisico: “La medicina ha fatto passi da gigante proprio grazie all’alleanza tra la ricerca e la speranza di superare le difficoltà insite nella malattia. Dalla penicillina alla terapia del dolore, ogni progresso è frutto della volontà di combattere la sofferenza, non di cedere ad essa”.
Prima ancora di discutere se esista realmente un diritto a morire, bisogna garantire il diritto a non soffrire, sottolinea Castello: “Le cure palliative oggi non sono omogeneamente disponibili, e spesso la copertura è a macchia di leopardo. In Sardegna ci sono stati progressi, ma il sistema resta fragile”. Uno dei limiti della sentenza 242, secondo il giurista, è proprio quello di non considerare il conflitto tra dolore estremo e lucidità decisionale: “Una persona segnata da una grave malattia può davvero essere libera nelle sue scelte? O rischia di sentirsi spinta verso il suicidio per non essere un peso?”. Per questo la vera sfida delle istituzioni dovrebbe essere quella di garantire l’accesso gratuito alle cure palliative, anche domiciliari: “Questa sì sarebbe una legge degna, fondata sul rispetto della vita, magari prevedendo dei voucher per far fronte alle spese laddove non sono ancora garantite cure capillari”.
A chi invoca la libertà individuale, Castello risponde con una riflessione di fondo: “Il diritto è veramente neutro? In realtà ogni legge riflette una visione della persona. Ad esempio se si può disporre della propria vita, perché non anche dei propri organi per necessità economiche?”. Secondo il docente, l’idea che la vita sia un bene privato da gestire a piacimento nasce da una visione utilitaristica, pericolosa per la società perché rischia di compromettere i principi di gratuità e uguaglianza che reggono, ad esempio, l’attuale rete solidale ed universalistica dei trapianti. “Questo mostra che la libertà ha senso se protegge anche la vita. Vita e libertà non devono essere messe in opposizione, ma custodite insieme”.
Infine, Castello richiama l’effetto emulazione documentato dalla scienza: “Ogni suicidio riuscito rischia di innescare altri casi. È per questo che i media, per responsabilità, scelgono spesso il silenzio”. In quest’ottica, una legge che normalizza e spettacolarizza il suicidio può avere effetti devastanti: “In una società afflitta dal declino demografico, dobbiamo invogliare i giovani alla vita, non alla morte”.