Massimo Cugusi, vicepresidente nazionale di Uniexportmanager: “Sui dazi la Ue deve parlare con una sola voce”

Massimo Cugusi, vicepresidente nazionale di Uniexportmanager

«Pensare di cavarsela da soli è una scorciatoia pericolosa. Di fronte ai nuovi dazi americani serve una risposta vera, comune, europea».

Massimo Cugusi è vicepresidente nazionale di Uniexportmanager, esperto di commercio internazionale e figura attiva nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, lancia un appello chiaro: l’Europa non può limitarsi a subire. Serve un cambio di passo, soprattutto nella strategia con cui si tutelano le imprese e si affrontano gli effetti del nuovo protezionismo americano. Secondo lui, i nuovi dazi annunciati dagli Stati Uniti non rappresentano solo un problema tecnico, ma il segnale di un cambiamento più profondo e strutturale nel rapporto tra le due sponde dell’Atlantico. «Non credo che la risposta giusta sia replicare con altri dazi o con misure dimostrative. Serve lucidità. E serve una strategia che parta da ciò che sappiamo fare: accordi multilaterali, sostegno concreto alle imprese, rilancio della diplomazia commerciale» osserva Cugusi.

Cugusi parla con la memoria lunga. Trent’anni fa fu l’unico italiano selezionato per partecipare a un’edizione del International Visitor Leadership Program promossa dal Dipartimento di Stato americano, proprio sul tema del libero commercio. «Era il 1994, sei mesi dopo l’entrata in vigore del Nafta. Visitammo imprese come Intel, IBM, Monsanto. Si respirava una fiducia totale nella globalizzazione e nella cooperazione economica internazionale. Ora sembra passato un secolo».

Quel modello, sostiene, oggi è messo in discussione anche negli stessi Stati Uniti, e non solo per ragioni di politica interna. «Il protezionismo, più che una tattica elettorale, rischia di diventare una linea. E questo ci obbliga a fare i conti con una nuova realtà».

Per questo, a suo giudizio, il punto critico non è solo nel rapporto con Washington, ma dentro l’Europa. «È qui che si vede chi tiene la posizione e chi invece comincia a sfilarsi. Il rischio vero è che manchi una linea comune, mentre le imprese vengono lasciate sole a gestire l’urto».

Da qui la proposta: rilanciare gli strumenti di politica commerciale su scala continentale. «Accordi come il Ceta o la partnership con il Mercosur non possono restare sulla carta. E poi serve una politica industriale esterna che accompagni le nostre imprese nei processi di riposizionamento. Non basta compensare il danno: bisogna riprogettare la traiettoria. Sono ancora convinto che la via dell’isolamento sia sbagliata, per l’America e per l’Europa. Non perché sia moralmente riprovevole, ma perché non funziona. Le imprese lo sanno bene: chi si chiude, perde. E chi non si organizza insieme agli altri, resta indietro». Alla retorica dell’autosufficienza, Cugusi contrappone un principio semplice: «Da soli non si va lontano. Ma se l’Europa c’è, davvero, può ancora giocare la partita».

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