DICE MONTALBANO. I metalli nella Sardegna antica, oggi l’archeologia sperimentale aiuta a capire.

Archeologia sperimentale

L’Archeologia sperimentale è una disciplina che si fonda su rigorosi protocolli di studio e sperimentazione. Il suo scopo è rispondere a quesiti scientifici attraverso l’osservazione diretta e la replica di processi antichi, per comprendere le interazioni tra ambiente, risorse naturali e attività umane. Rappresenta un approccio innovativo che va oltre la semplice trasmissione di contenuti, valorizzando l’apprendimento esperienziale.
In Sardegna, attorno al 1500 a.C., si sviluppò una produzione avanzata di leghe, in particolare bronzi con percentuali variabili di stagno, adatti alla fabbricazione di armi. L’introduzione dei metalli segnò una svolta epocale per la capacità di taglio per la maggiore resistenza, durabilità e versatilità delle forme ottenibili rispetto alla selce. Inoltre, un oggetto metallico rotto poteva essere rifuso, garantendo un ciclo produttivo più efficiente.
Il rame puro, tuttavia, presentava notevoli difficoltà tecniche: non si fonde facilmente in stampi chiusi, poiché tende ad assorbire gas, causando difetti (soffiature) nei getti. Di conseguenza, le fusioni complesse in rame non legato sono rare. I primi utensili di una certa massa, come le asce, furono i primi a richiedere volumi consistenti di rame, mentre gli oggetti più piccoli (lesine, spilli) furono più comuni. Le prime daghe metalliche erano piatte e triangolari. Successivamente vennero dotate di una nervatura centrale, che ne aumentava la rigidità e permetteva lame più sottili.

Tecniche di fusione

Anche le punte di freccia furono riprodotte in metallo, ma la loro rarità è spiegabile con il fatto che si trattava di oggetti facilmente smarriti, e quindi troppo preziosi per un uso comune.
La scoperta della lega rame-stagno (il bronzo) fu un punto di svolta tecnologico, seconda solo alla fusione del rame stesso. Quando la metallurgia del bronzo divenne più raffinata, i fonditori puntarono a leghe contenenti circa il 10% di stagno, che offrivano un ottimo equilibrio tra durezza e lavorabilità. Il bronzo, pur potendo essere incrudito come il rame, risultava complessivamente più resistente e duro, con una tenacità quasi doppia. Inoltre, la sua ottima fusibilità rese possibile la produzione di oggetti complessi in stampi chiusi, rendendo la fusione un’industria vera e propria.
I metodi di fusione impiegati nell’antichità erano principalmente tre: a stampo aperto, a stampo chiuso e a cera persa. Un’importante innovazione fu l’uso di anime interne (di solito in argilla cotta) inserite nello stampo per ottenere cavità negli oggetti fusi. I crogioli – piccoli recipienti in terracotta grezza – erano utilizzati per fondere il metallo. Col tempo, si svilupparono crogioli cilindrici più profondi, che riducevano l’esposizione all’ossidazione.
Molti utensili moderni affondano le loro radici nell’Età del Bronzo. Il martello è uno degli strumenti più antichi, così come l’incudine, fondamentale in ogni officina.

Dalla martellatura alla fusione

Il bronzo permetteva una vasta varietà di forme per scuri e lame, grazie alla sua facilità di fusione. Le spade derivarono dalle daghe: le prime avevano lame triangolari e l’elsa fissata con chiodi ribattuti. Con l’evoluzione, le lame divennero più lunghe e le impugnature più strette.
Le punte di lancia, inizialmente in rame e con un semplice collo, vennero progressivamente migliorate con l’introduzione dell’attacco a manicotto, grazie alla tecnica delle fusioni con anima. Per assicurare la punta all’asta si utilizzava un chiodo ribattuto. Le punte di freccia, invece, continuarono a essere fabbricate in selce o osso per tutta l’Età del Bronzo, data la minore perdita economica in caso di smarrimento.
Già in epoca neolitica, l’artigiano sedentario ebbe modo di scoprire le proprietà peculiari di metalli come oro e rame. L’oro, raccolto nei letti dei fiumi, poteva essere battuto e trasformato in spille, ganci e lamine. Il rame, con l’azione della martellatura, diventava più duro, ma anche fragile e difficile da lavorare oltre un certo limite. Il bisogno di rammollirlo condusse alla scoperta della ricottura: il riscaldamento del metallo per ripristinarne la duttilità.
Un’altra svolta avvenne quando un artigiano, cercando di ricuocere una lamina d’oro, lo lasciò fondere accidentalmente, osservando il metallo liquefarsi. Da quel momento imparò a controllare la temperatura per ottenere sia la ricottura sia la fusione.

La fusione e la nascita dell'arte del bronzo

L’abilità di gestire il metallo fuso portò allo sviluppo di stampi sempre più sofisticati e resistenti al calore.
La fusione consiste nel versare metallo liquido in uno stampo, dove si raffredda e solidifica. Le prime fusioni avvenivano in stampi aperti di pietra o argilla, poi si svilupparono stampi in due parti, in pietra, terracotta o bronzo. I fonditori erano artisti, capaci di creare manufatti raffinati e precisi.
Per realizzare oggetti cavi (come le punte di lancia), si utilizzava un’anima interna che occupava lo spazio non destinato al metallo. L’anima doveva essere posizionata evitando il contatto con le pareti dello stampo. Col tempo, i fonditori perfezionarono questa tecnica, lasciando uno spazio uniforme per il metallo.
Il calore del metallo fuso poteva causare l’espansione dei gas intrappolati nello stampo: per questo era fondamentale utilizzare materiali porosi come l’argilla, che consentivano la fuoriuscita dei gas. La fusione a cera persa rappresentava un’ulteriore evoluzione: prevedeva la realizzazione di un modello in cera, che veniva ricoperto da strati di argilla. Durante la cottura, la cera si scioglieva lasciando uno stampo vuoto nel quale versare il metallo.
La cera persa permetteva grande precisione e libertà nella forma, specialmente per oggetti cavi. L’anima interna, inserita nel modello ceroso, veniva sostenuta da sfiatatoi e canali di colata. Dopo la colata, lo stampo veniva rotto, l’oggetto liberato, pulito e rifinito, pronto per essere utilizzato.

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