Il massacro di Jonestown

Jim Jones

Una voce, nel silenzio tropicale, è calma, una calma ipnotica.
Dice che la morte è l’unica via per restare liberi, che chi ama davvero, deve bere.
È il 18 novembre 1978. Nella giungla della Guyana, tra le liane e i suoni degli uccelli, più di 900 persone tra donne, uomini, bambini, si allineano in fila davanti a una tinozza. Dentro, una bevanda alla frutta, e dentro quella bevanda, cianuro. Un altoparlante acceso e quella voce:
“È solo una transizione,” dice, “È solo un passo oltre il dolore, verso la pace.” In sottofondo, pianti di bambini, qualcuno prega, altri vomitano, c’è chi si accascia e chi resiste. Perché quella voce ha parlato per anni e li ha convinti, un passo alla volta, che il mondo era il nemico, e che lui, Jim Jones, era Dio. Quando il silenzio cade su Jonestown, è irreale, solo corpi allineati, una montagna di morte nel cuore della giungla. Ma il nastro continua, la voce continua a parlare, e sarà quella voce a guidarci dentro l’inferno.

Jonestown. Il paradiso costruito sull’obbedienza

Nel cuore della Guyana, tra alberi fitti e fango rosso, Jim Jones fonda il suo regno. Lo chiama Jonestown.Un villaggio isolato, lontano dagli Stati Uniti, lontano dai dubbi, lontano dalle domande,un sogno socialista, dicono. Una comunità solidale, libera dal razzismo, dalla povertà, dal peccato. Arrivano in centinaia, uomini, donne, bambini. Tutti seguaci devoti del People’s Temple, tutti seguaci del Reverendo Jones. Lavorano dall’alba al tramonto, coltivano, costruiscono, obbediscono, ogni giorno inizia con la sua voce, ogni notte si chiude con la sua presenza. Ma non è un paradiso, è una prigione senza sbarre. Jim controlla tutto: i pasti, il sonno, il sesso, i pensieri. Parla per ore agli altoparlanti, diffonde sermoni a ciclo continuo, droga i fedeli con pillole “vitaminiche”, li convince che fuori da lì c’è solo morte. Chi prova a fuggire viene umiliato in pubblico, picchiato e a volte scompare. I figli sono separati dai genitori, i coniugi sono divisi. L’amore è concesso solo se approvato da lui. E lui si chiama “padre”. Non un titolo, ma un’identità divina. Ogni tanto, li mette alla prova. Simula attacchi, allarmi, li obbliga a bere un liquido. Poi ride. Era solo un test. Li chiama “White Nights”, prove di morte, prove di fedeltà. E nessuno, lì dentro, ha più la forza di dire no.

Le prime crepe nel Regno

Il 17 novembre 1978, un piccolo aereo atterra nella giungla della Guyana. A bordo, il deputato Leo Ryan, giornalisti e familiari di alcuni fedeli. Vogliono capire, vogliono vedere con i loro occhi se Jonestown è davvero il paradiso che predica il reverendo. Jim Jones li accoglie col sorriso di sempre, ma negli occhi ha qualcosa che non mente. I visitatori camminano nel villaggio tra canti, applausi e abbracci, tutto è perfetto, fin troppo. Ma nella notte, il teatro crolla. Alcuni membri del Tempio si avvicinano in segreto, vogliono andare via, vogliono fuggire. Piangono, tremano, chiedono aiuto, e Ryan capisce. Jonestown è una gabbia, Il culto è una minaccia e Reverendo Jones è un tiranno. Il giorno dopo, Ryan organizza la partenza di chi vuole andarsene, si sale sui camion, si prepara l’imbarco, ma qualcosa cambia. Uno dei fedeli, apparentemente calmo, tira fuori una pistola, spara e uccide. Si apre l’inferno, Leo Ryan cade crivellato, anche tre giornalisti e una giovane donna vengono massacrati. L’aereo resta fermo, Il sangue inzuppa la pista. Jonestown ora è scoperta, Jim Jones lo sa. Non c’è più via di fuga, solo un piano. Antico, folle, definitivo.

Il veleno come salvezza

Nel tempio, Jim Jones prende il microfono. È la sua ultima predica, ma nessuno lo sa ancora. Parla con voce calma, ferma. Dice che il Congresso ci ha voltato le spalle, che l’America sta arrivando, che non ci sarà misericordia. Dice che il nemico ci distruggerà, che ci deporteranno, che i figli saranno torturati. Poi, la frase: “Morire non è la fine. È la liberazione.” Nessuno si dispera. Poi qualcuno inizia a piangere, altri si abbracciano, qualcuno sussurra: “Grazie, papà Jones.” Entrano le cisterne, e’ una miscela di Flavor Aid, cianuro e Valium. I bambini per primi, a uno a uno, a piccoli sorsi, tenuti in braccio dalle madri. Poi le donne, poi gli uomini. E Jones lì, seduto sul suo trono, a guidare tutto, con calma. Chi prova a fuggire, viene fermato, chi ha un dubbio, viene convinto, chi piange, viene abbracciato, poi, muore. Nel cielo, l’odore dolciastro del veleno si mescola al caldo marcio della foresta. E mentre i corpi iniziano a tremare, a irrigidirsi e a cadere. Reverendo Jones prende un registratore e parla. Registra tutto, la sua voce diventa l’ultima cosa che 918 anime ascolteranno.

La morte innocente

Li chiamavano “i bambini della speranza”, ma a Jonestown sono solo piccoli corpi con la schiuma alla bocca. Erano più di trecento, i primi a bere. Obbligati, convinti, plagiati. Una madre prova a rifiutarsi. Dice: “Non ucciderò mia figlia.” Jones la umilia davanti a tutti. Le urla che è un’ingrata, una traditrice, un peso. Un’altra, Christine Miller, è l’unica a parlare davvero, si alza in piedi. Dice: “Possiamo ancora vivere. Possiamo lottare.” Jones la zittisce. Le rinfaccia l’egoismo,gli altri applaudono il pastore. Lei si siede con gli occhi pieni di paura. Sarà una delle ultime a morire. Nel caos, qualcuno fugge,si nasconde nella giungla. Sente i canti, poi le urla. Racconta di aver visto una madre stringere il figlio, coprendogli il naso perché non bevesse. Poi due uomini la strattonano, e glielo portano via. I bambini di Jonestown non hanno mai avuto una scelta. Avevano solo la voce di Jim Jones che prometteva amore e un bicchiere di veleno. Molti moriranno chiamando ancora “papà” il loro carnefice.

L’ultima voce sulla Terra

La registrazione dura quarantacinque minuti. Un nastro che sa di morte. Una voce sola, sopra un sottofondo di pianti, lamenti e convulsioni. È la voce del Reverendo Jim Jones. “Non siamo suicidi. È un atto rivoluzionario.” “Abbiamo vissuto in pace, non permetteremo al mondo di rovinarci.” “Bevete. Tutti. Non voglio vedere sofferenza.” Sul pavimento di cemento, i corpi cominciano a raccogliersi. Bambini con gli occhi rovesciati, madri abbracciate alle figlie, uomini con la bocca ancora piena. Tutti disposti in cerchi concentrici, intorno alla cattedra del profeta. Fuori, nella giungla, alcuni corpi giacciono con i volti rivolti al cielo, gli ultimi a capire, gli ultimi a morire. Jones resta fino alla fine, assiste, parla e poi si siede. Poggia la testa su un cuscino, non beve il veleno, si spara. La sua voce, però, continua a girare su nastro. Anche da morto, comanda ancora.

Il giorno dopo Dio

Quando i soccorritori arrivano, la scena è irreale. Corpi ovunque, bambini con le mani intrecciate, madri accasciate l’una sull’altra, uomini con la bava nera sulle labbra. Alcuni sembrano dormire, altri sono irrigiditi in spasmi senza nome. L’aria è satura di morte. Il silenzio è assoluto. Un elicottero sorvola la radura e scatta la prima foto. Dall’alto, Jonestown è una distesa di cadaveri colorati, sembrano fiori caduti, ma sono persone. Le autorità non credono ai loro occhi. Il conteggio comincia: 200, poi 400, poi 600. Alla fine sono 918, tutti americani. Alcuni corpi sono crivellati di colpi, non tutti si sono suicidati, molti sono stati giustiziati, altri imboccati con forza. Jim Jones è disteso accanto alla sedia, un colpo in testa. Tra i corpi c’è anche quello di Marceline, la moglie, accanto a lei, i documenti del Tempio, come se volesse consegnare al mondo le prove dell’inferno.

L’eredità del fanatismo

Nei giorni successivi al massacro, il mondo prova a dare un nome a ciò che è accaduto, ma le parole non bastano. Non è solo un suicidio di massa, non è solo una setta, non è solo follia collettiva, è il risultato finale di una mente che ha imparato a sostituirsi a Dio, a usare il linguaggio dell’amore per imporre il controllo, a trasformare la paura in obbedienza assoluta. Jim Jones non nasce come un mostro, nasce come un uomo affamato di attenzione, di riconoscimento, di potere emotivo sugli altri. Fin dall’inizio capisce una cosa fondamentale: le persone non cercano la verità, cercano qualcuno che prometta di salvarle. E lui diventa quella promessa. Predica uguaglianza, giustizia sociale, fratellanza razziale, ma sotto ogni parola costruisce dipendenza, sotto ogni abbraccio pianta un seme di terrore. A Jonestown non si muore in un giorno solo. Si muore lentamente, rinunciando al pensiero critico, alla memoria, alla volontà. Jones convince i suoi seguaci che il mondo esterno è nemico, che l’America li odia, che solo lui dice la verità. Isola, umilia, punisce, droga. Spezza le identità e poi le ricompone a sua immagine. Dopo Jonestown, il termine “suicidio rivoluzionario” diventa un marchio d’infamia. Le immagini dei corpi fanno il giro del mondo, le registrazioni audio gelano il sangue, la voce di Jones continua a parlare anche da morto. Psicologi, sociologi, criminologi studiano il caso per decenni, cercando di capire come un uomo solo abbia potuto spegnere quasi mille vite senza usare un esercito. La risposta è semplice e spaventosa: Jim Jones non ha usato la forza, ha usato il bisogno umano di credere. Jonestown resta una ferita aperta nella storia, un monito brutale su quanto fragile possa essere la mente quando qualcuno le promette salvezza in cambio dell’anima. E mentre il mondo archivia il caso, una verità rimane incisa nella giungla della Guyana: il fanatismo non nasce nei templi, nasce nelle teste di chi impara a confondere l’amore con la paura.
prova
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