
All’inizio è solo un nome, stampato su una copertina logora. Un volto fra tanti, un ex Beatle che parla di pace, che canta l’amore. Mark lo guarda, lo ascolta, lo porta con sé come si porta una Bibbia, come si tiene un idolo chiuso nel petto. Lennon è tutto ciò che lui non è: amato, ascoltato, libero. Per anni, quella voce lo accompagna nei momenti bui, lo consola, gli dà un senso. Ma è proprio lì, in quel legame profondo, che qualcosa si spacca. Perché mentre Mark si spegne nel silenzio, Lennon brilla ovunque. Fa dischi, rilascia interviste, sorride ai fotografi, e parla ancora di amore e di pace. Ma non basta. A un certo punto, qualcosa in Mark si spacca: l’idolo diventa ipocrisia, la voce diventa menzogna. Comincia a leggerlo ovunque, a studiarlo, a seguirlo. Compra il suo ultimo disco, Double Fantasy, lo ascolta ossessivamente. E intanto si convince che quell’uomo, una volta puro, una volta simbolo, adesso è solo un borghese milionario che predica bene e vive male. È il tradimento più profondo. Non contro il mondo, ma contro l’unico in cui credeva. E quando l’unico in cui credevi ti delude, non resta che il rumore secco di un proiettile.
Mark David Chapman cammina per le strade di New York come un’ombra senza volto. Porta con sé un libro, Il Giovane Holden, stretto al petto come un vangelo distorto, come se dentro quelle pagine fosse nascosta la verità. Non ha amici, non ha una vera vita, ma ha una missione che cresce dentro di lui, lenta, vischiosa, tossica.
Ha trent’anni, ma dentro è un buco. Un vuoto scavato da anni di depressione, di fantasmi, di tentativi falliti di esistere davvero. Da bambino sognava mondi incantati, da adolescente parlava con voci che non esistevano. Poi è arrivato l’odio.
La voce che lo tormenta gli ripete sempre le stesse parole: “Devi farlo. Se non lo fai, nessuno lo farà. Lui è un bugiardo.” Mark comincia a crederci e a rispondere. Non distingue più il pensiero dal comando. Compra una revolver calibro 38. La tiene nascosta nella valigia, insieme al disco di Lennon e al libro di Salinger. È tutto lì, in quel bagaglio: il suo idolo, la sua condanna e un’ arma. E comincia a capire che quando non sai più chi sei, cerchi qualcuno da uccidere per ritrovarti.
All’inizio John Lennon è tutto ciò che Mark David Chapman vorrebbe essere. Un ragazzo che viene dal nulla, fragile e ironico, che trasforma la rabbia in musica e il dolore in voce, uno che parla per chi non sa parlare. Mark lo ascolta da adolescente, si riconosce in quelle canzoni, ci si rifugia dentro, perché Lennon sembra dire ad alta voce ciò che lui non riesce nemmeno a formulare. In quei solchi c’è ribellione, ma anche richiesta d’amore, c’è sarcasmo e ferita, c’è un’identità che prende forma.
Poi qualcosa si rompe, non di colpo, ma lentamente, come una crepa che attraversa il vetro. Chapman cresce, cambia, si perde. Si avvicina alla religione in modo ossessivo, rigido, assoluto, e comincia a guardare il mondo in termini di puro e impuro, vero e falso. È lì che Lennon smette di essere un rifugio e diventa un problema, il suo problema. John ora vive al Dakota Building, è ricco, famoso, parla di pace, canta contro il denaro e la proprietà, ma abita in uno dei palazzi più esclusivi di New York. Per Mark questa contraddizione diventa insopportabile. Non la vive come complessità umana, ma come tradimento. L’idolo non è più un uomo fragile che ce l’ha fatta, è un impostore che predica ciò che non pratica. Chapman rilegge le interviste, ascolta le canzoni con rabbia, si fissa su frasi isolate, le deforma, le usa come prove. Quando Lennon dice che i Beatles sono “più famosi di Gesù”, per lui non è una provocazione culturale, è una bestemmia. Quando canta Imagine, Mark non sente un invito a pensare, sente un attacco diretto alla sua fede, al suo bisogno disperato di ordine.
Dentro di lui nasce un’idea pericolosa: qualcuno deve punire John Lennon. Non per odio personale, ma per “giustizia”. È così che Chapman riscrive la realtà. Non si vede come un assassino, ma come un giudice, un correttore di storture, uno strumento. Uccidere Lennon diventa un atto simbolico, la distruzione dell’ipocrisia, il sacrificio dell’idolo falso. In questo meccanismo malato c’è anche un’altra spinta, più silenziosa e più oscena: il desiderio di esistere. Mark non è nessuno, non ha lasciato tracce, non è riuscito a essere speciale in nulla. John Lennon, invece, è ovunque. Ucciderlo significa rubargli la luce, assorbirne la fama, legare per sempre il proprio nome al suo. L’odio e l’ammirazione si confondono, si sovrappongono, diventano la stessa cosa. Chapman non vuole solo distruggere Lennon, vuole diventare inseparabile da lui. Per questo conserva il disco, per questo chiede l’autografo, per questo resta ad aspettare. Nella sua mente la decisione è già presa, anche se il dito non ha ancora premuto il grilletto. John Lennon non è più una persona, è un simbolo da abbattere, e quando un essere umano smette di essere visto come tale, il passo verso l’irreparabile è già stato compiuto. E mentre New York continua a vivere, ignara, qualcuno ha già deciso che quella notte finirà un’epoca.
L’8 dicembre 1980 New York si sveglia come sempre, rumorosa, distratta, viva. È una città che non guarda mai davvero chi le passa accanto, ed è proprio questo che permette a Mark David Chapman di confondersi tra gli altri, di essere invisibile. Cammina con passo incerto ma deciso, il cappotto pesante, la testa piena di pensieri che girano sempre nello stesso punto. Dentro non c’è esitazione, solo una calma artificiale, costruita giorno dopo giorno. Chapman ha già fatto questo viaggio. È tornato a New York più volte, ha osservato il Dakota Building, ha studiato gli orari, le abitudini, i movimenti. Ha anche pensato di rinunciare, di tornare indietro, ma ogni volta qualcosa lo riporta lì, come se una voce gli ripetesse che quella non è una scelta, è un compito. In tasca ha una copia de Il giovane Holden, non è un libro, per lui è un’identità, una giustificazione, una corazza. La mattina si piazza davanti al Dakota. Aspetta. Verso mezzogiorno John Lennon esce di casa per andare in studio, Yoko è con lui. È rilassato, disponibile, sorride. Chapman lo vede arrivare, lo riconosce subito, e per un attimo tutto quello che ha costruito vacilla. Non perché sparisca l’odio, ma perché davanti a lui non c’è un simbolo, c’è un uomo vero.
Mark si avvicina, porge il disco. Double Fantasy. John lo guarda, prende la penna, firma, un gesto semplice, gentile. Chapman ringrazia, resta immobile, stringe quel disco come se fosse una reliquia. Il pomeriggio scorre lento.
Chapman resta lì, cammina avanti e indietro, parla con altri fan, risponde alle domande di un fotografo. Dentro, però, continua a nutrire l’idea che lo sostiene: John Lennon deve morire perché rappresenta tutto ciò che è falso. Quando cala la sera, il freddo si fa più pungente. Chapman torna davanti all’ingresso. Ha la revolver calibro 38 addosso, carica. Ha superato la paura, è entrato in quella zona mentale in cui l’atto è già avvenuto, deve solo essere eseguito. Intorno alle 22:50 John e Yoko rientrano dallo studio. Sono stanchi, sereni, parlano tra loro. Attraversano l’arco del Dakota. Chapman esce dall’ombra: “Signor Lennon!” e spara, cinque colpi. Il suono rimbalza tra i muri. John fa ancora qualche passo, poi cade, Il sangue scivola sull’asfalto, Yoko urla. Il portiere chiama la polizia. Chapman si siede sul marciapiede, apre il libro, comincia a leggere, non scappa. Ha fatto quello che, nella sua mente, doveva fare. In pochi minuti tutto finisce. John Lennon muore poco dopo, in ospedale. E mentre la città comincia lentamente a capire cosa è successo, Mark David Chapman resta lì, fermo, convinto di aver compiuto un atto necessario.
Per capire Mark David Chapman bisogna allontanarsi dalla scena del crimine e tornare indietro, molto indietro, in un tempo in cui la violenza non ha ancora preso forma ma ha già messo radici. Chapman nasce il 10 maggio 1955 a Fort Worth, in Texas, in una casa dove la tensione è una presenza costante, silenziosa, mai risolta. Il padre è un militare autoritario, distante, spesso aggressivo, la madre tenta di proteggere i figli ma non riesce a creare un vero rifugio. Mark cresce sentendosi piccolo, invisibile, fuori posto, con la sensazione di non contare nulla per nessuno.
Da bambino si rifugia in mondi immaginari, costruisce fantasie di potere e controllo, si vede come il comandante di eserciti invisibili, un modo per compensare l’impotenza che prova nella vita reale. È intelligente, ma introverso, incapace di trovare un ruolo stabile tra gli altri. L’adolescenza peggiora tutto, arrivano le droghe, l’abbandono scolastico, i primi tentativi di suicidio, i ricoveri. Chapman non cerca solo attenzione, cerca un’identità che lo salvi dal vuoto. La religione diventa il suo nuovo appiglio. Si converte al cristianesimo evangelico con un fervore assoluto, rigido, totalizzante, per un periodo sembra trovare pace, lavora come consigliere per ragazzi in difficoltà, parla di fede come di una rinascita. Ma sotto quella superficie resta una rabbia irrisolta, un bisogno ossessivo di essere qualcuno, di lasciare un segno. Poi arriva Il giovane Holden. Chapman non legge il romanzo, lo assorbe. Holden Caulfield diventa uno specchio deformante in cui si riconosce completamente. L’odio per i “falsi”, per gli ipocriti, per chi predica valori che non incarna, diventa una missione morale. Lennon entra lentamente in questo quadro mentale, non come musicista, non come uomo, ma come simbolo.
Agli occhi di Chapman, John Lennon tradisce tutto ciò che dice. Parla di pace ma vive nel lusso, canta l’uguaglianza ma è diventato ricco e distante. È un giudizio infantile, rigido, incapace di accettare le contraddizioni dell’essere umano, ma nella mente di Chapman diventa una verità assoluta. Lennon non è più una persona, è un bersaglio.
Nei mesi che precedono l’omicidio, Chapman costruisce una narrazione in cui lui non è un assassino, ma un esecutore. Uccidere Lennon significa distruggere l’inganno, assorbirne la fama, diventare finalmente qualcuno. Lo dirà chiaramente dopo l’arresto: non voleva solo eliminarlo, voleva prenderne il posto nell’immaginario collettivo.
Quando i colpi riecheggiano nell’atrio del Dakota Building, la violenza ha già compiuto il suo lavoro, ma per Mark David Chapman il momento decisivo non è l’omicidio, è ciò che viene dopo. Non scappa e non cerca riparo, si siede. Appoggia la schiena al muro, apre Il giovane Holden e comincia a leggere, come se il sangue sull’asfalto fosse un dettaglio estraneo, come se la realtà potesse ancora essere tenuta a distanza attraverso le parole di un altro. In quel gesto c’è tutto il bisogno di restare dentro una storia. Quando la polizia arriva, Chapman è calmo, collaborativo, quasi sollevato. Durante l’interrogatorio parla senza esitazioni, spiega che non ha agito per rabbia improvvisa, né per impulso, ma perché sentiva di doverlo fare. Dice che Lennon era un falso, che predicava amore e viveva nel privilegio, che qualcuno doveva fermarlo. Non c’è odio nelle sue parole, c’è una convinzione fredda, disturbante, la sicurezza di chi si sente investito di una missione morale.
Gli psichiatri che lo valutano notano subito una personalità frammentata, ossessiva, profondamente narcisistica. Chapman non si percepisce come un criminale, ma come un protagonista. La colpa non lo interessa, ciò che conta è il significato che attribuisce al gesto. Ammetterà senza esitazioni di aver desiderato la fama, di aver voluto che il mondo si ricordasse di lui, perché vivere nell’anonimato, per Mark, era peggio di qualsiasi condanna. Rifiuta la strategia dell’infermità mentale. Non vuole essere visto come pazzo, vuole essere riconosciuto come responsabile, lucido, consapevole. È una scelta che rivela molto più di quanto sembri.
Quando Chapman pronuncia la frase che resterà scolpita nella memoria collettiva, “l’ho ucciso perché era troppo famoso e io non ero nessuno”, non sta spiegando un movente, sta confessando un vuoto. In quella frase c’è la misura esatta della distanza tra lui e Lennon. Mentre il mondo piange John Lennon, Mark David Chapman ottiene ciò che voleva: attenzione, centralità, un nome che nessuno dimenticherà.
La condanna arriva rapida: ergastolo, con possibilità di libertà vigilata dopo vent’anni. Ma Chapman non uscirà mai. A ogni udienza per la scarcerazione, ripete le stesse parole: che è dispiaciuto, che Dio lo ha perdonato, che Lennon era un uomo buono. Nessuno gli crede davvero. E ogni volta, Yoko Ono scrive una lettera per opporsi. “Non solo ha ucciso mio marito. Ha condannato anche me e i miei figli a una vita di paura.” Mark David Chapman è ancora vivo. È rinchiuso nel carcere di Green Haven, New York. Ha chiesto scusa più volte, ha detto che leggere la Bibbia lo ha cambiato, che oggi non lo rifarebbe. Ma quelle parole, pronunciate in una gabbia, non cancellano il sangue. Non cancellano la notte dell’8 dicembre 1980. John Lennon invece non c’è più. Resta la sua voce, che canta nei vinili graffiati, nelle stanze degli adolescenti, nelle piazze piene di candele e silenzio. Resta un’assenza ingombrante, un’eco che ancora oggi fa tremare. A Central Park, nel cuore di Strawberry Fields, ogni giorno qualcuno lascia un fiore. Un turista, un vecchio fan, un bambino con la maglietta dei Beatles. La scritta Imagine è lì, incisa sul mosaico. Ogni tanto, qualcuno la fotografa, altri si inginocchiano in silenzio. Non serve altro. Mark David Chapman voleva essere ricordato. Ma alla fine, resta solo una figura sbiadita, una sagoma nel buio. Mentre la voce di Lennon continua a camminare nel tempo, tra chi non smetterà mai di ascoltarla. Perché i sogni non muoiono con un colpo di pistola. Ma chi li spegne, resta lì, inchiodato nel silenzio eterno di ciò che avrebbe potuto essere.