DICE MONTALBANO. Nuraghi, non fortezze isolate ma nodi di un sistema

Il modello Onnis/Montalbano e l’organizzazione del territorio nuragico
Sistema Onnis

Per decenni i nuraghi sono stati raccontati soprattutto come torri di controllo, roccaforti militari o simboli di potere tribale. Una lettura suggestiva, figlia però di una visione “militarista” dell’archeologia, ereditata dal Novecento e spesso poco aderente alla complessità dei dati territoriali. Il lavoro, mio e di Onnis, propone invece una chiave interpretativa diversa e radicalmente più ampia: i nuraghi non come elementi isolati, ma come parti integrate di un sistema di antropizzazione del territorio, fondato su criteri economici, ambientali, sociali e simbolici.
Il punto di partenza è una constatazione condivisa da molti studiosi: la Sardegna del III e II millennio a.C. soffre di una grave carenza di dati di scavo omogenei. Mancano contesti stratigrafici ampi e continui che permettano modelli certi di insediamento. In questo vuoto interpretativo si sono spesso inserite ricostruzioni schematiche, influenzate da categorie moderne come la guerra, il dominio territoriale, l’impero. Ma l’antropizzazione di un territorio risponde prima di tutto a bisogni elementari: acqua dolce, risorse naturali, sicurezza, comunicazioni, possibilità agricole e pastorali.
Da qui nasce l’idea di guardare al mondo nuragico con uno sguardo pragmatico, quasi “economico”, nel senso più ampio del termine. Quando un gruppo umano (un clan) entra in un nuovo territorio, non pensa subito alla religione o alla guerra, ma alla sopravvivenza. Osserva il paesaggio, valuta le vallate, le fonti d’acqua, i pascoli, i boschi, i sentieri naturali. Costruisce una mappa mentale del luogo e decide come occuparlo in modo stabile.

Il paesaggio da controllare

Le vallate diventano così il cuore dell’insediamento. Sono ambienti naturalmente protetti, fertili, capaci di raccogliere l’acqua piovana e di attenuare l’azione del vento. Non è un caso se ancora oggi molte aziende agricole e ovili sorgono sugli stessi siti frequentati in età nuragica: i parametri ambientali che guidavano le scelte di allora restano validi a distanza di millenni.
Un ruolo cruciale, in questo modello, è svolto dagli accessi naturali al territorio: passi, sentieri, corridoi obbligati imposti dall’orografia. Luoghi strategici non perché “militari” in senso moderno, ma perché rappresentano i punti attraverso cui transitano uomini, animali, merci. Controllarli significa proteggere le risorse, non conquistare territori lontani. È lungo questi accessi che nascono i primi presidi stabili, inizialmente capanne e strutture leggere, poi monumentalizzate nel Bronzo con la costruzione dei nuraghi.
In questo quadro, il nuraghe non è una torre di guardia isolata, ma un segno di possesso condiviso, un presidio permanente che marca il territorio del clan. Non servono mura ciclopiche intorno ai campi: basta controllare i punti obbligati di passaggio. Una prassi antica, già adottata dalle comunità precedenti e rispettata anche dai nuragici.

Il "centro" del villaggio

Il cuore del sistema è però il Centro. Ogni vallata antropizzata possiede un punto cardine, scelto in fase di fondazione del clan. È un luogo sacro e funzionale insieme, quasi sempre in prossimità di acqua: sorgenti, fiumi, pozzi, o in modo sorprendentemente ricorrente nel punto di confluenza di due corsi d’acqua che disegnano una “Y”. Un simbolo che richiama la fertilità, il principio femminile, la Madre Terra.
Il Centro non coincide con il centro geometrico della vallata, ma con un punto di equilibrio cosmico e territoriale. Qui si svolgono i riti di fondazione, qui si sancisce il patto di appartenenza al clan, qui si celebrano i culti dell’acqua, della terra, dei defunti, del fuoco e del toro. È il luogo che vincola politicamente e religiosamente la comunità, imponendo regole condivise sull’uso del territorio.
Dal Centro si dipartono le direttrici che collegano simbolicamente e fisicamente i nuraghi posti lungo il perimetro della vallata. Il metodo ricostruttivo è affascinante: una volta individuato il Centro, si immagina l’accensione di fuochi rituali, con colonne di fumo visibili a grande distanza, utilizzati per allineare i presidi lungo assi precisi. Un sistema semplice, efficace, compatibile con le tecnologie dell’epoca.
Applicando questo metodo alla vallata di Seruci, nel Sulcis, si ottiene un risultato sorprendente: i nuraghi disegnano una figura simile a una ruota di bicicletta, con i “raggi” che convergono verso il Centro. Nuraghi visibili tra loro, collocati in corrispondenza dei passi principali, perfettamente integrati con l’orografia. Spostandoli anche solo di poche decine di metri, l’intero sistema perde coerenza. Un indizio forte contro l’idea del caso.

Presidiare i confini

Questo Sistema spiega anche uno degli enigmi più discussi: perché molti nuraghi non sorgono sulle cime più alte. Se la funzione fosse solo quella di vedetta militare, la scelta sarebbe incomprensibile. Ma se il nuraghe è parte di una direttrice simbolica e territoriale, allora la quota altimetrica diventa secondaria rispetto all’allineamento e al controllo degli accessi.
Un altro caso emblematico è quello delle Giare di Gesturi e di Siddi. Al loro interno non ci sono nuraghi, ma tutt’attorno la densità è altissima. Secondo questo studio, le Giare erano considerate Zone Sacre, incompatibili con la funzione dei nuraghi. Eppure, applicando il sistema a direttrici, emergono necropoli, capanne, strutture rituali e altari finora poco noti o del tutto ignorati. Il vuoto apparente si trasforma in un paesaggio sacro densamente strutturato.
Estendendo l’analisi, il territorio del Sulcis appare come un grande puzzle di clan adiacenti, senza spazi morti. Comunità distinte ma complementari, organizzate in modo gerarchico e collaborativo, con ruoli specializzati: agricoltori, pastori, cacciatori, artigiani, addetti alla difesa e allo scambio. Una società complessa, stabile, capace di trasformarsi nel tempo senza traumi evidenti, come suggerisce la continuità degli insediamenti sotto i nuraghi.
Il Sistema non pretende di offrire certezze assolute, ma propone una metodologia di lettura del territorio verificabile, replicabile e supportata dagli strumenti moderni come Google Earth e Wikimapia. I risultati ottenuti non sembrano frutto del caso e aprono scenari nuovi per la ricerca regionale.
In definitiva, questo modello restituisce ai nuraghi una dimensione più umana e meno mitizzata: non torri di guerra, ma architravi di un sistema sociale, economico e simbolico che ha modellato la Sardegna per millenni. Un sistema intelligente, pragmatico e profondamente radicato nel paesaggio.

prova
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