
La storia recente del Rojava nasce nel momento più drammatico della guerra siriana, quando l’avanzata dello Stato Islamico sembrava irreversibile e l’intera regione era sprofondata nel caos.
Tra il 2014 e il 2019, le forze curde delle YPG e delle YPJ, insieme alle Forze Democratiche Siriane, sono state il principale argine militare contro l’ISIS nel nord della Siria.
La sconfitta militare dello Stato Islamico è stata possibile soprattutto grazie al sacrificio di migliaia di combattenti curdi, che hanno pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, spesso senza ricevere alcun riconoscimento politico internazionale.
Da quella vittoria nasce un’esperienza politica inedita nel Medio Oriente: l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria, conosciuta come Rojava. Un progetto fondato su autogoverno locale, convivenza tra popoli ed etnie, laicità, parità di genere e partecipazione democratica dal basso. Un modello fragile, ma reale, costruito nel pieno della guerra e senza alcuna garanzia di protezione esterna. Negli anni successivi, tuttavia, il Rojava non ha mai conosciuto una vera pace: la Turchia ha sempre considerato l’esperienza curda una minaccia strategica, intervenendo direttamente o sostenendo milizie islamiste.
Parallelamente, lo Stato siriano non ha mai riconosciuto l’autonomia del Nord-Est, continuando a considerarla una violazione della propria sovranità. A questa instabilità si è aggiunta, negli ultimi anni, una nuova fase politica in Siria.
Con il progressivo reinserimento del Paese nei circuiti diplomatici regionali e internazionali, è emersa una nuova leadership legata a al-Sharaa, figura proveniente dall’area jihadista, già collegata a HTS, con un passato riconducibile ad ambienti di Al-Qaeda e dello stesso ISIS.


