
Un foro nel cranio, due interventi chirurgici e una sorprendente possibilità di sopravvivenza. Non è il resoconto di una moderna sala operatoria, ma la storia di un uomo vissuto oltre cinquemila anni fa in Sardegna. Il suo teschio, rinvenuto nella necropoli preistorica di Su Crucifissu Mannu, nei pressi di Porto Torres, rappresenta una delle prove più straordinarie delle conoscenze mediche delle popolazioni neolitiche dell’isola.
Il reperto proviene da un vasto complesso di domus de janas, le celebri tombe scavate nella roccia calcarea, situato nella regione della Nurra, nel nord-ovest della Sardegna. La necropoli, utilizzata tra il Neolitico recente e l’Eneolitico (IV-III millennio a.C.), ha restituito numerosi resti umani, ma il teschio con trapanazione cranica resta uno dei più significativi.
La trapanazione è considerata una delle più antiche pratiche chirurgiche dell’umanità. Consisteva nell’apertura intenzionale del cranio attraverso tecniche di raschiamento o perforazione, probabilmente eseguite con strumenti in pietra levigata o ossidiana. Sul teschio di Su Crucifissu Mannu gli archeologi hanno individuato due fori sovrapposti, dai margini regolari e levigati. Un dettaglio fondamentale ha attirato l’attenzione degli studiosi: i segni di rigenerazione ossea, che indicano come l’uomo sia sopravvissuto per un periodo successivo all’intervento.