
Il Poetto non è soltanto la spiaggia di Cagliari: è un archivio naturale e storico lungo 8 km, dove ambiente, urbanizzazione e memoria collettiva si intrecciano da secoli. Disteso tra Cagliari e Quartu, questo litorale rappresenta uno dei paesaggi più emblematici della Sardegna meridionale, ma anche un caso di studio sul delicato equilibrio tra uomo e natura.
Dal punto di vista geologico, il Poetto nasce da processi sedimentari millenari. Correnti marine e depositi provenienti dai rilievi circostanti hanno progressivamente formato una lingua di sabbia capace di separare il mare dagli stagni retrostanti, tra cui il Molentargius. Questo sistema costiero ha favorito la nascita di uno degli ecosistemi umidi più importanti del Mediterraneo occidentale, oggi habitat di fenicotteri rosa, aironi e numerose specie migratorie.
Anche l’origine del nome resta avvolta nel dibattito storico. Secondo l’ipotesi più diffusa deriverebbe dalla Torre del Poeta, struttura difensiva di epoca spagnola poi trasformata linguisticamente nel tempo. Altre interpretazioni richiamano antichi pozzi o influenze catalane, testimonianza della complessa stratificazione culturale del Mediterraneo.
In epoca punica e romana il litorale aveva soprattutto una funzione economica. Le saline del Molentargius costituivano una risorsa strategica: il sale era indispensabile per la conservazione degli alimenti e per il commercio marittimo. Per secoli il paesaggio fu modellato da questa attività produttiva, che legò profondamente Cagliari alle sue lagune.
Fino all’Ottocento, però, il Poetto non era considerato un luogo di svago. Le spiagge erano viste come territori marginali, spesso insalubri, associati alla pesca e al lavoro. La svolta arrivò con la diffusione delle teorie igieniste europee: medici e scienziati iniziarono a sostenere gli effetti benefici dei bagni marini e dell’aria salmastra.
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del Novecento comparvero così i primi stabilimenti balneari.
Le famiglie cagliaritane raggiungevano il mare con tram e carrozze, mentre il bagno diventava un rito sociale regolato da rigide convenzioni, spesso con spazi separati per uomini e donne.
Negli anni Trenta il regime fascista accelerò la trasformazione del litorale attraverso infrastrutture e opere pubbliche, inserendo il Poetto nel progetto nazionale di valorizzazione turistica delle coste italiane. Ma fu soprattutto nel secondo dopoguerra che la spiaggia assunse il ruolo di grande spazio collettivo della città.
Tra gli anni Cinquanta e Settanta nacquero i celebri “casotti”, piccole strutture in legno colorato utilizzate come spogliatoi e residenze estive. Disposti lungo la spiaggia, crearono una sorta di villaggio spontaneo sul mare. Urbanisti e sociologi li hanno spesso interpretati come una forma unica di appropriazione popolare dello spazio costiero: un’architettura semplice ma profondamente identitaria.
In quel periodo il Poetto divenne anche un laboratorio sociale. Qui si incontravano classi popolari e borghesia cittadina, studenti, pescatori e professionisti. La spiaggia contribuì a costruire un forte senso di appartenenza urbana che ancora oggi caratterizza Cagliari.
Con il tempo, però, emersero le fragilità ambientali del litorale. A partire dagli anni Ottanta l’erosione marina iniziò a ridurre progressivamente l’arenile. Le cause erano molteplici: urbanizzazione crescente, modifiche delle correnti e riduzione dell’apporto naturale di sedimenti.
Nel 2002 per contrastare l’erosione furono riversati sulla spiaggia enormi quantità di sabbia prelevata dai fondali marini. Il ripascimento cambiò radicalmente l’aspetto del Poetto: la sabbia bianca e fine lasciò il posto a una granulometria più grossa e scura, provocando polemiche e dibattiti.
Il Poetto contemporaneo è molto più di una spiaggia urbana. È un ecosistema fragile, un luogo della memoria collettiva e uno specchio delle trasformazioni del Mediterraneo moderno.


