
C’è qualcosa di surreale nel modo in cui la scuola italiana racconta la storia. Non perché manchino gli argomenti, gli studiosi o le civiltà da raccontare, ma perché quando si arriva alla Sardegna, improvvisamente, la memoria nazionale sembra soffrire di un curioso attacco di amnesia.
Nel programma scolastico si trova spazio per comuni, signorie, lotte tra guelfi e ghibellini, dinastie, intrighi di palazzo e signorotti medievali. Tutto rispettabile, per carità. Ma la civiltà nuragica? Quella può tranquillamente accomodarsi in fondo alla sala d’attesa, evitando di disturbare.
La Sardegna, evidentemente, ha avuto la pessima idea di essere troppo antica.
E così milioni di studenti italiani possono uscire dalla scuola conoscendo nomi e vicende di una quantità impressionante di comuni medievali, ma avere una conoscenza della civiltà nuragica degna, nella migliore delle ipotesi, di una puntata televisiva vista distrattamente durante le vacanze.
I nuraghi: monumenti misteriosi. I nuragici: un’antica popolazione.
La loro organizzazione sociale, economica e territoriale, le relazioni con le civiltà mediterranee, la straordinaria diffusione dei nuraghi, le produzioni metallurgiche, le pratiche funerarie e le trasformazioni culturali. Dettagli. Roba da specialisti. Meglio tornare rapidamente ai comuni.
Perché il comune medievale, quello sì, è fondamentale. La signoria ancora di più. Bisogna sapere chi controllava Firenze, chi controllava Milano, chi litigava con chi, chi tradiva chi e quale famiglia riusciva a mettere le mani su quale città. Tutto importantissimo.
Nel frattempo, però, una parte fondamentale della storia della Sardegna rischia di essere relegata a una parentesi esotica della storia italiana.
E qui arriva il capolavoro: i Giudicati.
Quattro entità politiche medievali: Cagliari, Arborea, Torres e Gallura, con istituzioni, amministrazioni, diplomazia, rapporti internazionali, conflitti, trasformazioni sociali e protagonisti di enorme rilievo.
I Giudicati sono una vicenda storica complessa e tutt’altro che marginale.
Ma nella scuola italiana quanta attenzione ricevono? Spesso meno di quanto meriterebbe una nota a piè di pagina.
È quasi commovente: quando si parla di Medioevo, l’Italia diventa improvvisamente ricchissima di storia. Appena si arriva alla Sardegna, invece, sembra che il Medioevo abbia preso un traghetto per Civitavecchia e abbia dimenticato di tornare.
E poi c’è un documento che dovrebbe essere impossibile da ignorare: la Carta de Logu.
Promulgata nel Giudicato d’Arborea e legata soprattutto alla figura di Eleonora d’Arborea, la Carta de Logu rappresenta una delle più importanti testimonianze della cultura giuridica e istituzionale della Sardegna medievale. Un corpus normativo di straordinario interesse, che disciplina aspetti della vita civile, penale, agraria e sociale.
E qui la faccenda diventa persino imbarazzante.
Perché, mentre nei programmi scolastici si possono dedicare pagine e pagine alla formazione dei comuni e alle signorie italiane, un’esperienza normativa e istituzionale come quella della Carta de Logu rischia di essere trattata come una curiosità regionale.
Una curiosità. Come se fosse una ricetta tradizionale. Come se una società medievale che elabora e raccoglie norme articolate sul territorio, sulla proprietà, sui reati, sulla famiglia e sui rapporti sociali fosse semplicemente un simpatico dettaglio folkloristico da ricordare durante la gita scolastica.
La Carta de Logu meriterebbe invece di essere inserita nel racconto generale della storia giuridica e politica medievale italiana ed europea. Non per fare un favore alla Sardegna, ma perché studiare la storia significa confrontare esperienze diverse, non costruire una graduatoria di quelle che meritano di essere ricordate.
Eppure eccoci ancora qui. Comuni, signorie, comuni, signorie, ancora comuni, qualche signoria per sicurezza.
La Sardegna? Ah sì, i nuraghi. E poi Eleonora d’Arborea.
Sipario.
Non si tratta di eliminare comuni e signorie dai programmi. Nessuno sta proponendo di bruciare i manuali medievali in piazza. Si tratta di smettere di raccontare una storia nazionale con una gerarchia implicita, in cui ciò che è piemontese, lombardo, toscano, veneto o emiliano diventa automaticamente storia italiana, mentre ciò che riguarda la Sardegna deve prima superare un esame di ammissione.
La civiltà nuragica merita di essere studiata per ciò che è: una delle grandi esperienze culturali della preistoria mediterranea.
I Giudicati meritano di essere studiati per ciò che sono stati: una parte originale e significativa della storia medievale dell’isola e del Mediterraneo.
La Carta de Logu merita di essere studiata come documento politico e giuridico, non come souvenir culturale.
E gli studenti italiani meritano qualcosa di più della solita cartolina: il nuraghe al tramonto, il pastore con la pecora, quattro righe sulla Sardegna e poi via di corsa verso i Medici.
Perché una scuola che pretende di insegnare la storia di un Paese dovrebbe, prima di tutto, avere il coraggio di raccontarla tutta.
Altrimenti non è storia nazionale. È una playlist con alcuni brani lasciati fuori perché il curatore, chissà come mai, aveva deciso che non servivano.
E la Sardegna, ancora una volta, dovrebbe ringraziare per essere stata invitata alla festa.
Peccato che nessuno le abbia mai consegnato l’invito.


