
Graziano Salerno, artista solitario e raffinato interprete dell’inquietudine umana, è morto ieri pomeriggio all’età di 71 anni all’ospedale San Francesco di Nuoro. Nato nel cuore della Sardegna, ha vissuto una vita errante, attraversando città, epoche e silenzi, sempre in cerca di immagini capaci di dire l’indicibile. A rendergli omaggio è stato Paolo Fresu, amico fraterno e testimone di un’arte intrisa di sogno: «Un uomo di altri tempi e un artista gentiluomo – ha scritto sui social il musicista – capace di dipingere il mondo con tinte tenui e ambientazioni fantastiche, come la sua stessa vita». I due si erano conosciuti nella Parigi bohémien dei primi Duemila, quando Salerno abitava in un minuscolo sottotetto su Rue Saint Martin, a pochi passi dal Beaubourg. In quello spazio angusto, tra schizzi, argilla e un fornellino da campo, nascevano piccole sculture in terracotta: collane dai fregi di trombe e violini, sempre in multipli di tre. Alcune di queste opere divennero i doni nuziali per gli invitati al matrimonio di Fresu: oggetti apparentemente semplici, ma intrisi della visione profonda di un artista fuori dal tempo.
Graziano Salerno era nato a Nuoro il 9 novembre 1954, da genitori di Mamoiada. La sua adolescenza si svolse a Orgosolo, in un tempo segnato dalla rivolta di Pratobello, durante la quale conobbe il muralista Francesco del Casino. L’incontro fu determinante. La formazione artistica iniziò all’Istituto d’Arte di Nuoro sotto la guida di padre Martino Pinese, noto come il “pittore del bianco”. Poi Roma, con la Facoltà di Architettura, e infine Bologna, dove si diplomò all’Accademia di Belle Arti sotto Concetto Pozzati, con una tesi su Giorgio de Chirico.
La vita di Salerno è stata un lungo pellegrinaggio culturale. Londra, Berlino, Parigi: ogni città rappresentava un nuovo inizio, un orizzonte da attraversare. Visse stabilmente nella capitale francese tra il 2007 e il 2010, in un continuo dialogo con l’invisibile e l’altrove. La sua produzione artistica, visionaria e istintiva, evocava universi sospesi tra favola e dolore. Alberi spezzati, nidi, uccelli ricorrevano come simboli di una fragilità collettiva. In un appunto oggi quasi epitaffio, scriveva: «L’albero spezzato, il nido, gli uccelli erano per me allora il fulcro del dramma, quello universale vissuto dalla nostra condizione umana».
Negli ultimi anni aveva scelto di vivere ai margini, quasi da clochard, ma non smise mai di creare. La sua solitudine era quella degli artisti autentici, incapaci di compromessi. Nel 2023, la Fondazione di Sardegna gli ha dedicato una grande retrospettiva a Cagliari, curata da Cristiana Collu e intitolata Senza poesia in nessun caso, con catalogo edito da Treccani. Un gesto che ha segnato una forma di risarcimento collettivo a un artista che troppo spesso era stato frainteso o ignorato. Collu lo ha definito così: «Un antieroe per eccellenza, spirito libero, esposto alle intemperie della vita nella sua dimensione panica e primordiale».


