
“La situazione è molto, molto seria. Serve un miracolo, o poco meno. Altrimenti finiremo tutti senza lavoro”. Il mondo globalizzato funziona così: una crisi internazionale colpisce un apparato dell’economia e una multinazionale situata chissà dove taglia uno dei suoi stabilimenti sparsi per il globo. Capita stavolta che il comparto sia legato alla vendita di auto e che una società belga, la Bekaert, decida di chiudere la fabbrica di Macchiareddu, zona Cagliari. E improvvisamente centinaia di buste paga sono in estremo pericolo.
Non è solo una vertenza industriale, ma una partita che intreccia geopolitica, strategia d’impresa e tenuta sociale. Lo stabilimento Bekaert di Macchiareddu, 237 dipendenti diretti e circa 50 nell’indotto, è quindi da dopodomani ufficialmente in vendita. Dall’1 ottobre una società internazionale inizierà a sondare il mercato.
Dietro la formula tecnica della “cessione di ramo produttivo” c’è una novità che i lavoratori hanno colto subito: Bekaert non intende vendere a quattro grandi gruppi cinesi concorrenti. «La multinazionale ha posto un vincolo chiaro: niente trattative con i colossi cinesi dell’acciaio, per motivi geopolitici», spiega Marco Mereu, segretario della Fiom Cgil di Cagliari. Un’informazione che non compare nei comunicati ufficiali ma che pesa sull’orizzonte della trattativa. Peccato che i cinesi siano anche quelli che stanno investendo di più nel settore.
Mereu aggiunge un secondo tassello: i possibili acquirenti potrebbero essere realtà asiatiche di India, Thailandia e Corea, «ma nessun nome è stato ancora messo sul tavolo». Nel frattempo il sindacato chiede garanzie immediate: «Pretendiamo che Bekaert resti finché non c’è un compratore e che la procedura sia seguita da un soggetto terzo di controllo. Non vogliamo un nuovo Figline Valdarno». Il riferimento è alla chiusura del 2018 in Toscana, quando la fabbrica fu smantellata senza alternative concrete.
La Regione ha raccolto l’allarme. Questa mattina, dopo un doppio incontro con Confindustria e sindacati, l’assessore all’Industria Emanuele Cani ha annunciato che la presidente Alessandra Todde ha inviato una nota al ministero delle Imprese e del Made in Italy per chiedere la convocazione urgente di un tavolo nazionale. «La decisione di dismettere lo stabilimento – ha dichiarato Cani – significa che la multinazionale sceglie di lasciare non solo la Sardegna ma l’Italia, a vantaggio di altri stabilimenti europei. È una questione di interesse nazionale, che va portata anche a livello europeo».
Lo stabilimento di Macchiareddu è l’unico in Italia a produrre steel cord, le cordicelle in acciaio che rinforzano i pneumatici. Oggi circa il 90% della produzione è destinata a Bridgestone. In cinquant’anni di storia, passando da Ferrofin a Bridgestone e poi a Bekaert, ha conosciuto solo investimenti limitati. L’ultimo, un impianto fotovoltaico per ridurre i costi energetici, non basta a bilanciare la pressione delle bollette e i trasporti tre volte più cari rispetto ai concorrenti continentali.
«Come Regione – ha concluso Cani – abbiamo a cuore il futuro dei quasi 300 lavoratori che gravitano intorno a questa realtà e metteremo a disposizione tutti gli strumenti possibili per fare in modo che Bekaert resti in Sardegna».


