
Medico dentista e campionessa di apnea profonda, Chiara Obino è di Cagliari, ha 49 anni e ha conquistato la medaglia di bronzo ai Mondiali in Grecia nella specialità assetto costante con monopinna (-106 metri). Tra lavoro, allenamenti e una straordinaria capacità di gestione mentale, racconta come si concilia una vita ai limiti tra la professione e lo sport di élite.
Chiara Obino, ha da poco conquistato il bronzo mondiale in Grecia. Com’è andata la gara e quale strategia ha scelto?
Il Mondiale è una gara completamente diversa dalle altre, sia per il livello altissimo di competizione che per la complessità nella gestione psicologica. La profondità si dichiara il giorno prima, in modo segreto: sapevo che le medaglie si sarebbero giocate sopra i 105 metri; quindi, ho scelto una quota che mi facesse sentire tranquilla nella gestione del tuffo.
Mi ero allenata per avere un tuffo il più confortevole possibile, non spinto al limite, perché le variabili in gioco sono tante. In gara ho fatto il mio miglior tuffo della stagione: mentre scendevo ho pensato “wow, è perfetto”. È stata una grande soddisfazione, la mia miglior performance nel momento in cui contava di più.
Come riesce a conciliare una carriera sportiva così intensa con il tuo lavoro da dentista?
È una vita da equilibrista, mi sento una funambola che cammina sulla corda da sempre. Il mio lavoro è molto impegnativo: gestisco uno studio dentistico grande, con diversi dipendenti, quindi la complessità è alta. Cerco di dare la priorità alle cose giuste nei momenti giusti: durante la stagione agonistica lo sport riceve attenzioni maggiori, negli altri periodi invece prevale il lavoro. In realtà sarebbe più difficile mollare che continuare: è un equilibrio che, anche se faticoso, mi dà senso.
Detiene anche un record italiano in monopinna a -92 metri. Che differenze trova tra allenarsi in mare e in lago?
Le differenze sono enormi, soprattutto per la galleggiabilità dovuta alla salinità. In mare, con una muta da 3 mm, utilizzo 1,8 kg di zavorra, mentre in lago con la stessa muta scendo con appena 300 grammi.
Cambia anche tutto l’ambiente: nel lago l’acqua è molto fredda, sotto i 30 metri scende sotto i 10 gradi. Performare in acidosi metabolica (accumulo di acido lattico dovuto allo sforzo e alla carenza di ossigeno) e al freddo è durissimo, soprattutto quando devi ripetere tuffi massimali. Inoltre, non c’è praticamente visibilità: scendo con una pila e devo tenere la testa dritta, altrimenti non vedo più nulla.
Quanto conta la preparazione mentale in uno sport come l’apnea?
Conta tantissimo. La parte psicologica è una componente tecnica vera e propria. C’è una parte di automatismo, ma non si può improvvisare: la performance è fisicamente stressante e serve costruire una dinamica mentale già consolidata. Gran parte del lavoro si fa a secco: molto dialogo interno, costruzione del pensiero positivo, visualizzazione e concentrazione. Nei giorni prima della gara faccio sessioni di richiamo mentale, sia di tipo meditativo che attivo.
Inizio la preparazione fuori dall’acqua due ore e mezza prima della prova: tutto serve per arrivare al momento del tuffo con la mente già “in acqua”, pronta a sostenerti quando il corpo è sotto pressione.
Guardando al futuro, quali sono i prossimi obiettivi?
Ho 49 anni e sono ancora qui, e questo già mi rende felice. Farò un’altra stagione agonistica: voglio superare i 110 metri, è un obiettivo realistico ma dipenderà dal tempo che avrò per allenarmi.
Valuterò se partecipare al prossimo mondiale o concentrarmi su altre gare internazionali con preparazioni più gestibili dal punto di vista organizzativo e logistico. Ora è iniziata la preparazione invernale, il momento in cui si costruiscono le basi: vedremo cosa porterà la prossima stagione.
(Articolo di Alessio Ghiani)