DICE MONTALBANO. Bithia, la città sommersa dal tempo

Viaggio nella Sardegna dove nacque il Mediterraneo
Bithia

Tra le dune di Chia e il mare turchese della costa sud-occidentale della Sardegna, le rovine di un’antica città raccontano oltre duemila anni di commerci, incontri e civiltà. Qui i sardi di epoca fenicia, punica e romana hanno lasciato un’impronta che gli archeologi continuano a riportare alla luce.
Il vento modella la sabbia, il profumo del ginepro si mescola alla salsedine e il mare restituisce riflessi color smeraldo. A un primo sguardo, la spiaggia di Chia sembra raccontare soltanto la bellezza incontaminata della Sardegna. Eppure, sotto questo paesaggio da cartolina, si nasconde una storia lunga quasi tremila anni. È la storia di Bithia, una delle più antiche città fenicie dell’isola, un luogo dove il Mediterraneo imparò a essere una rete di incontri prima ancora che una semplice distesa d’acqua.
Camminare tra i resti archeologici significa attraversare epoche diverse. Ogni pietra, ogni frammento di ceramica, ogni muro conservato sotto la sabbia testimonia il passaggio di popoli che hanno trasformato questa costa in uno dei principali crocevia commerciali del Mediterraneo occidentale. Bithia non era un avamposto isolato: era una città aperta al mare, alle idee e agli scambi.
La sua fondazione risale alla fine dell’VIII secolo a.C., quando i sardi decisero di realizzare un approdo comodo e sicuro per ospitare i navigatori che frequentavano le coste sarde. Era un periodo in cui i floridi mercati costieri contribuivano alla creazione di un mercato globale con i locali per scambiare derrate alimentari, metalli preziosi e oggetti esotici. La Sardegna offriva tutto questo, e Chia/Bithia rappresentava uno dei suoi punti più strategici.
Da questo approdo partivano e arrivavano imbarcazioni cariche di rame, piombo, argento, vino, olio, tessuti pregiati e ceramiche finemente decorate. Ma insieme alle merci viaggiavano lingue, religioni, tecniche artigianali e conoscenze nautiche.

La prima globalizzazione mediterranea

Il commercio era anche uno straordinario motore culturale. Gli archeologi ritengono infatti che il rapporto tra mercanti di mare e comunità nuragiche sia stato molto più complesso della semplice frequentazione occasionale: fu un dialogo continuo, fatto di collaborazioni, influenze reciproche e adattamenti.
È proprio questa capacità di raccontare gli incontri tra civiltà a rendere Bithia un sito archeologico di eccezionale valore. Le sue necropoli, gli edifici abitativi e le aree produttive restituiscono l’immagine di una città cosmopolita, dove identità diverse convivevano lungo le stesse strade affacciate sul porto.
Nel VI secolo a.C. la Sardegna passò progressivamente sotto l’amministrazione di Cartagine. Anche Bithia divenne una città punica, mantenendo però il suo ruolo commerciale. Le trasformazioni urbanistiche e religiose testimoniano l’arrivo di nuovi modelli culturali, senza cancellare del tutto l’eredità fenicia. Ancora una volta, il Mediterraneo dimostrava di essere un laboratorio di contaminazioni più che di sostituzioni.
La conquista romana, iniziata nel III secolo a.C., aprì un nuovo capitolo. Bithia entrò a far parte della vasta rete dell’Impero, collegata da rotte marittime e infrastrutture che univano l’isola alla penisola italiana, all’Africa e alla Spagna. Per secoli il porto continuò a essere il cuore pulsante della città, mentre nuovi edifici e nuove attività economiche modificavano il paesaggio urbano.
Ma il tempo, il mare e la natura cambiarono lentamente il destino dell’insediamento. L’erosione costiera, l’accumulo di sabbia e le variazioni della linea di costa finirono per nascondere gran parte dell’antica città. Alcuni edifici oggi giacciono sotto il livello del mare, altri emergono appena tra la vegetazione mediterranea, rendendo Bithia uno dei siti più affascinanti anche per l’archeologia subacquea.

Il lavoro degli studiosi

Per gli studiosi, ogni campagna di scavo rappresenta una finestra aperta sul passato. Le moderne tecnologie stanno rivoluzionando la ricerca: rilievi tridimensionali, fotografie da drone, analisi geofisiche, studi archeobotanici e datazioni di laboratorio consentono di ricostruire non soltanto l’aspetto della città, ma anche il suo ambiente, il clima, le coltivazioni e persino la dieta dei suoi abitanti. Minuscoli semi carbonizzati, pollini fossili e residui organici conservati nelle anfore diventano preziosi indizi per raccontare la vita quotidiana di quasi tremila anni fa.
Ogni reperto recuperato è il risultato di un lavoro paziente che unisce archeologi, geologi, biologi, restauratori e specialisti dei materiali. La ricerca moderna è una scienza corale, capace di trasformare un frammento apparentemente insignificante in una testimonianza fondamentale della storia umana.
Oggi Bithia non è soltanto un sito archeologico: è un simbolo della profonda relazione tra uomo e mare. La sua storia dimostra come il Mediterraneo sia stato, fin dall’antichità, uno spazio di connessioni globali, dove popoli lontani condividevano idee, tecnologie e culture molto prima dell’età moderna.
Quando il sole tramonta dietro il promontorio di Chia e la luce dorata accarezza le rovine, è facile immaginare le vele fenicie all’orizzonte, il vociare dei mercanti sul molo e il continuo movimento delle navi nel porto. Il paesaggio sembra immobile, ma sotto la sabbia continua a custodire pagine ancora inesplorate della storia.
È questo il fascino di Bithia: una città che non ha mai smesso di raccontare il Mediterraneo. Basta ascoltare le sue pietre, lasciando che siano la scienza e l’archeologia a tradurre una voce rimasta silenziosa per oltre duemila anni.

Foto aerea di Fabrizio Bibi Pinna

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