DICE MONTALBANO. Mamuthones, Issohadores, Boes e Merdules devono sfilare anche come attrattori turistici?

mamuthones e issohadores

Nel cuore della tradizione carnevalesca della Sardegna centrale si trovano figure enigmatiche e potenti come i Mamuthones, gli Issohadores e altre maschere zoomorfe come i Boes e Merdules. Questi personaggi, legati soprattutto all’area di Mamoiada, rappresentano uno dei patrimoni culturali più profondi e discussi dell’isola di Sardegna, dove il confine tra rito religioso, spettacolo e identità comunitaria è da sempre molto sottile.
I Mamuthones sono figure vestite di pelli scure, con il volto coperto da maschere lignee e il corpo gravato da pesanti campanacci (i “sonazzos”) che risuonano a ogni passo.
Il loro movimento è lento, cadenzato, quasi rituale. Accanto a loro agiscono gli Issohadores, vestiti in modo più leggero e colorato, che brandiscono la “soha”, una fune con cui simbolicamente “catturano” persone tra il pubblico. In altre varianti del carnevale barbaricino troviamo anche i Boes e Merdules, che rappresentano rispettivamente il bue e il pastore, in una dinamica che richiama il rapporto ancestrale tra uomo, natura e lavoro agricolo.
L’origine di queste maschere è antichissima e non del tutto chiarita. Le interpretazioni oscillano tra riti precristiani legati alla fertilità della terra e alla protezione del bestiame, e successive rielaborazioni in chiave cristiana e comunitaria. In ogni caso, ciò che emerge è una funzione rituale forte: il carnevale non è solo festa, ma un momento di passaggio simbolico, in cui si evocano forze primordiali, si “mette in scena” il caos e lo si contiene attraverso la comunità.

Rischio di spettacolarizzazione

Negli ultimi decenni, però, queste tradizioni sono diventate anche un importante attrattore turistico e culturale. Ed è proprio qui che nasce il dibattito: da un lato c’è chi sostiene che Mamuthones, Issohadores e simili possano e debbano esibirsi nelle sagre e feste paesane, anche fuori dal contesto strettamente carnevalesco, per valorizzare la cultura sarda e mantenerla viva. Dall’altro lato, una parte della comunità e degli studiosi ritiene che questo rischio di “spettacolarizzazione” possa snaturare il significato originario dei riti, trasformandoli in semplici performance folkloristiche.
Per i primi, portare queste maschere nelle sagre significa diffonderne la conoscenza, rafforzare l’identità locale e offrire anche un sostegno economico ai territori interni della Sardegna, spesso marginalizzati. La visibilità turistica può diventare uno strumento di sopravvivenza culturale, evitando che le tradizioni si spengano con il ridursi delle comunità locali.
Per i secondi, invece, il rischio è quello di separare la forma dal significato. Il suono dei campanacci, la lentezza del passo, la ritualità del gesto non sono semplici elementi estetici, ma parti di un linguaggio simbolico che perde valore se decontestualizzato. Una maschera che nasce come rito di passaggio o di protezione non può essere ridotta a intrattenimento continuo senza perdere parte della sua forza originaria.

Unire sacralità a occasione dimostrativa

Come si può allora risolvere questa tensione? Una prima strada è quella della contestualizzazione rigorosa: consentire le esibizioni pubbliche, ma accompagnandole sempre con spiegazioni, narrazioni e momenti di approfondimento che chiariscano il significato rituale delle maschere. In questo modo lo spettacolo non cancella il senso, ma lo trasmette.
Una seconda via è quella della distinzione degli spazi: mantenere il carnevale come momento sacro e comunitario, e utilizzare le sagre solo come occasione dimostrativa limitata, evitando la ripetizione continua e svincolata dal calendario tradizionale.
Infine, la soluzione più equilibrata sembra essere quella della partecipazione attiva delle comunità locali: non decisioni imposte dall’esterno, ma scelte condivise tra portatori della tradizione, amministrazioni e studiosi. Solo così le maschere possono continuare a vivere senza diventare né reperti museali né semplici attrazioni turistiche.
Le maschere sarde, in fondo, non sono solo spettacolo: sono memoria, identità e trasformazione. E il loro futuro dipende dalla capacità di tenere insieme rispetto e apertura, radici e cambiamento.

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