DICE MONTALBANO. Buoncammino: ex casa di reclusione con un futuro incerto

Carcere Buoncammino

Per oltre un secolo il nome Buoncammino ha evocato nelle coscienze dei cagliaritani non solo un luogo di detenzione, ma l’idea stessa della pena, del confine tra libertà e reclusione. Costruito sul colle di San Lorenzo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, l’edificio ha svolto per circa 120 anni la funzione di casa circondariale del capoluogo sardo, accompagnando generazioni di storie personali e collettive fino alla sua chiusura nel 2014.
Con i suoi 15 mila mq di superficie e una struttura progettata per essere inespugnabile, Buoncammino ha segnato la geografia urbana e sociale della città. Costruito in un’area allora periferica ma strategica, sopra Viale Buoncammino, divenne rapidamente l’immagine fisica della legge e dell’ordine, con celle, cortili, muri e cancelli che chiusero dentro a lungo migliaia di vite umane.
La chiusura e un’eredità difficile
Il 23 novembre 2014 segnò l’addio formale alla funzione carceraria: dopo un imponente trasferimento, definito unico per numero di persone coinvolte, i detenuti furono spostati nella nuova struttura di Uta, a pochi km da Cagliari. L’operazione coinvolse centinaia di agenti della polizia penitenziaria, polizia di Stato, carabinieri, finanzieri e vigili urbani, spegnendo dopo oltre un secolo e due decenni le luci della storica casa di reclusione.
La sua chiusura non cancellò però i problemi irrisolti del sistema penitenziario italiano, e quelli specifici della Sardegna. Nel corso degli anni precedenti alla chiusura, infatti, il carcere era stato spesso al centro di denunce per sovraffollamento, spazi angusti e condizioni precarie. Secondo l’Osservatorio sulla detenzione, la capienza regolamentare di Buoncammino era di 380 posti, ma il numero di detenuti spesso superava ampiamente questa soglia, con oltre 570 persone relegate in spazi insufficienti, di cui il 40% tossicodipendenti e con una rilevante presenza di malattie infettive.

Dal carcere alla memoria collettiva

Chiudere una casa di reclusione significa affrontare anche il tema della memoria: di ciò che è stato, di ciò che è stato vissuto. Nel primo periodo dopo la sua dismissione, Buoncammino fu aperto al pubblico in occasione delle Giornate Fai di Primavera, manifestazione culturale che richiamò migliaia di visitatori desiderosi di vedere da vicino un luogo carico di storie dolorose ma anche di architettura e suggestione urbana. Per molti, fu un’occasione per riflettere non solo sull’edificio in sé, ma sul senso di un monumento che racconta la società e le sue regole.
All’interno dell’edificio sono ancora visibili tracce della sua funzione: celle, camminamenti, spazi comuni e persino archivi. È proprio la valorizzazione del patrimonio archivistico e storico uno degli elementi al centro del dibattito politico e culturale su Buoncammino.
Negli ultimi anni, l’ex carcere è al centro di una contesa sulla sua destinazione futura. Avendo perso la funzione penitenziaria, è stata temporaneamente utilizzata per ospitare uffici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dell’Ufficio per l’esecuzione penale esterna, gli archivi della Corte d’Appello e della Prefettura e la sede della Commissione per l’immigrazione.
Questa soluzione transitoria ha però acceso le critiche del Comune di Cagliari e di forze politiche locali, che propongono una visione alternativa per Buoncammino. Secondo alcuni, l’ex carcere dovrebbe essere restituito alla collettività e trasformato in un bene comune fruibile dai cittadini, in linea con gli strumenti di pianificazione urbana approvati negli ultimi anni.
Il Consiglio comunale di Cagliari, con un ordine del giorno approvato da una larga maggioranza, ha ribadito l’opposizione all’idea di destinare l’edificio a uffici statali permanenti, sostenendo invece la necessità di immaginare un uso culturale, educativo e sociale. Tra le proposte avanzate figurano l’insediamento di un polo universitario, biblioteca, museo della memoria carceraria.

Un progetto urbanistico ambizioso

Nel piano urbanistico noto come “City Plan di Cagliari”, l’edificio di Buoncammino è stato inserito tra i beni statali da valorizzare con un prestito di circa 65 milioni di euro per la sua riqualificazione. L’obiettivo dichiarato è trasformare un “luogo di punizione” in uno spazio di inclusione: un epicentro di cultura, studio, memoria e apertura alla città, dove gli antichi muri raccontino il passato e guardino al futuro con nuove funzioni.
Tra le proposte vi sono residenze universitarie, uffici pubblici, archivi, spazi espositivi e sezioni dedicate alla storia stessa della città, dalle origini puniche fino alle trasformazioni moderne. La possibilità di ospitare summer school e iniziative rivolte ai giovani studenti è vista come un’opportunità per restituire vitalità a un luogo altrimenti destinato al degrado.
Se per alcuni Buoncammino rappresenta un pezzo imprescindibile della memoria collettiva e un’opportunità di rigenerazione urbana, per altri la sua storia è fatta di dolore e ingiustizie. Il caso recente di Beniamino Zuncheddu, assolto dopo 32 anni di carcere e risarcito anche per le condizioni detentive comprese quelle vissute a Buoncammino, richiama alla mente il senso profondo dei luoghi di detenzione e il peso di anni trascorsi dietro le sbarre.
L’ex carcere di Buoncammino resta così un simbolo complesso: di sofferenza ma anche di trasformazione possibile. La sua riqualificazione urbana pone sfide non solo tecniche e architettoniche, ma profonde domande culturali su come una società interpreta e riutilizza gli spazi della pena e della memoria. Mentre a Cagliari prosegue il dibattito tra istituzioni, cittadini e associazioni, il destino di Buoncammino appare ancora sospeso tra passato e futuro, tra muro di cinta e spazio aperto alla comunità.

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