DICE MONTALBANO. Clima e archeologia nella Sardegna antica

Nuraghi

Negli ultimi anni la ricerca scientifica tende sempre più verso un approccio interdisciplinare. Anche l’archeologia, per comprendere appieno le vicende umane, deve considerare insieme i fattori ambientali, economici e culturali. Non si possono più separare natura e cultura, poiché le attività umane modificano l’ambiente, e l’ambiente, a sua volta, condiziona la vita e l’organizzazione delle società.
Il questo articolo analizziamo il caso della Sardegna tra il IV e il I millennio a.C., cioè dal Neolitico recente all’età del Ferro.
Negli ultimi decenni la ricerca sulla cultura materiale sarda ha fatto grandi progressi, ma mancano ancora studi approfonditi sull’ideologia, sull’organizzazione sociale e soprattutto sul clima. Non esistono, infatti, ricostruzioni climatiche locali basate su dati diretti, e la Sardegna rappresenta una grande lacuna nella documentazione paleoclimatica del Mediterraneo occidentale. La mancanza di dati locali e di laboratori specializzati, come quello di palinologia (studio dei pollini), ha impedito finora una conoscenza precisa delle condizioni ambientali antiche dell’isola.
Per ovviare a queste mancanze, confrontiamo i dati sardi con quelli provenienti da regioni vicine come la penisola italiana, la Francia meridionale, la Spagna, la Sicilia e il Nord Africa. Da tali confronti si tenta di ipotizzare andamenti climatici che abbiano interessato anche la Sardegna.

Metodo di ricerca

Le domande sono due: ci sono stati cambiamenti climatici significativi tra il IV e il I millennio a.C.?
E, se sì, è possibile datarli con precisione?
In mancanza di specialisti paleoclimatici locali, l’archeologia può contribuire a queste indagini, favorendo la collaborazione tra discipline. In questo articolo esploriamo le connessioni tra clima, economia e cultura in Sardegna, utilizzando anche analisi isotopiche sui resti umani per ricostruire condizioni climatiche e abitudini alimentari.
Per ricostruire il clima antico si possono usare diversi metodi, ma non tutti hanno lo stesso valore informativo. A seconda della scala temporale, da pochi secoli a migliaia di anni, alcuni strumenti sono più utili di altri. Le datazioni al radiocarbonio non permettono di raggiungere una precisione annuale come la dendrocronologia (studio degli anelli degli alberi) utilizzata in altre aree europee.
Tra le principali fonti di informazione ci sono le analisi dei sedimenti, dei suoli, dei resti botanici e faunistici, e la palinologia, che studia i granuli di polline conservati nei depositi. Tuttavia, i dati pollinici sono difficili da interpretare: il polline di alcune piante si diffonde per grandi distanze, mentre quello di altre resta localizzato; alcune specie ne producono molto, altre poco, e non sempre è possibile identificarlo con precisione. Per questo, gli assemblaggi antichi devono essere confrontati con quelli moderni per dedurre il tipo di vegetazione originaria.

Tendenze climatiche

Un altro problema riguarda le cause dei cambiamenti vegetali: possono derivare da mutamenti climatici o da attività umane, come incendi, disboscamenti e coltivazioni. Distinguere tra questi fattori è essenziale ma spesso complesso. Nel dibattito sull’Olocene mediterraneo, alcuni studiosi ritengono che il clima sia stato il principale motore delle trasformazioni ambientali fino all’età storica, altri invece vedono l’intervento umano come determinante già dal Neolitico.
Dalla sintesi dei dati mediterranei emergono alcune tendenze principali.
Tra il 4000 e il 2000 a.C. si osserva una progressiva aridificazione del clima, interrotta da fasi di instabilità. Il momento di maggiore cambiamento si colloca nel III millennio a.C., che in Sardegna corrisponde al passaggio dall’età del Rame al Bronzo antico.
Una prima fase arida è individuata tra la fine del V e l’inizio del IV millennio a.C., seguita da un’altra a metà del IV millennio, evidenziata anche da depositi di polvere eolica a Lampedusa. L’aridità più marcata, tuttavia, si registra tra il 3000 e il 1900 a.C., con due picchi principali attorno al 2800 e al 2200 a.C. Quest’ultimo episodio coincide con trasformazioni significative nei modelli di insediamento in Sardegna, come la fine dei villaggi stabili e l’inizio di nuove organizzazioni territoriali.

Dopo un miglioramento delle condizioni climatiche attorno al 2000 a.C., il clima rimane relativamente caldo e secco fino agli ultimi secoli del II millennio a.C., periodo che vede l’evoluzione culturale verso il Nuragico. Successivamente, nei primi secoli del I millennio a.C., il clima diventa più fresco e umido, anche se non mancano brevi episodi di aridità. Questa fase coincide con il passaggio tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro.
Le analisi isotopiche su resti umani hanno confermato in parte queste ricostruzioni climatiche, dimostrando che variazioni nella dieta e nell’economia erano spesso connesse ai cambiamenti ambientali. Questi studi hanno anche permesso di affinare la cronologia delle culture sarde:
. la cultura Ozieri sembra durare meno di quanto si pensasse;
. la cultura di Monte Claro appare legata a due periodi di aridità;
. il Campaniforme mostra tracce di transumanza, cioè spostamenti stagionali del bestiame;
. l’idea che la cultura Bonnanaro fosse prevalentemente pastorale non trova conferma;
. infine, le trasformazioni del Nuragico sembrano coincidere con una fase di instabilità climatica.
Il quadro che emerge invita a un rinnovamento dell’archeologia sarda. È necessario integrare i dati climatici e ambientali nelle interpretazioni storiche, superando valutazioni statiche delle economie preistoriche. Le società antiche non erano semplici comunità di sussistenza, ma gruppi dinamici, capaci di rispondere e adattarsi a cambiamenti anche repentini.

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