DICE MONTALBANO. Clima e archeologia nella Sardegna antica
Un altro problema riguarda le cause dei cambiamenti vegetali: possono derivare da mutamenti climatici o da attività umane, come incendi, disboscamenti e coltivazioni. Distinguere tra questi fattori è essenziale ma spesso complesso. Nel dibattito sull’Olocene mediterraneo, alcuni studiosi ritengono che il clima sia stato il principale motore delle trasformazioni ambientali fino all’età storica, altri invece vedono l’intervento umano come determinante già dal Neolitico.
Dalla sintesi dei dati mediterranei emergono alcune tendenze principali.
Tra il 4000 e il 2000 a.C. si osserva una progressiva aridificazione del clima, interrotta da fasi di instabilità. Il momento di maggiore cambiamento si colloca nel III millennio a.C., che in Sardegna corrisponde al passaggio dall’età del Rame al Bronzo antico.
Una prima fase arida è individuata tra la fine del V e l’inizio del IV millennio a.C., seguita da un’altra a metà del IV millennio, evidenziata anche da depositi di polvere eolica a Lampedusa. L’aridità più marcata, tuttavia, si registra tra il 3000 e il 1900 a.C., con due picchi principali attorno al 2800 e al 2200 a.C. Quest’ultimo episodio coincide con trasformazioni significative nei modelli di insediamento in Sardegna, come la fine dei villaggi stabili e l’inizio di nuove organizzazioni territoriali.
Dopo un miglioramento delle condizioni climatiche attorno al 2000 a.C., il clima rimane relativamente caldo e secco fino agli ultimi secoli del II millennio a.C., periodo che vede l’evoluzione culturale verso il Nuragico. Successivamente, nei primi secoli del I millennio a.C., il clima diventa più fresco e umido, anche se non mancano brevi episodi di aridità. Questa fase coincide con il passaggio tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro.
Le analisi isotopiche su resti umani hanno confermato in parte queste ricostruzioni climatiche, dimostrando che variazioni nella dieta e nell’economia erano spesso connesse ai cambiamenti ambientali. Questi studi hanno anche permesso di affinare la cronologia delle culture sarde:
. la cultura Ozieri sembra durare meno di quanto si pensasse;
. la cultura di Monte Claro appare legata a due periodi di aridità;
. il Campaniforme mostra tracce di transumanza, cioè spostamenti stagionali del bestiame;
. l’idea che la cultura Bonnanaro fosse prevalentemente pastorale non trova conferma;
. infine, le trasformazioni del Nuragico sembrano coincidere con una fase di instabilità climatica.
Il quadro che emerge invita a un rinnovamento dell’archeologia sarda. È necessario integrare i dati climatici e ambientali nelle interpretazioni storiche, superando valutazioni statiche delle economie preistoriche. Le società antiche non erano semplici comunità di sussistenza, ma gruppi dinamici, capaci di rispondere e adattarsi a cambiamenti anche repentini.