DICE MONTALBANO. Cosa raccontano le tombe puniche della Sardegna

Antenati ed eroi dopo la morte
Sardus Pater

Capire come le antiche popolazioni immaginavano la morte e l’aldilà è una delle sfide più affascinanti dell’archeologia. Nel mondo fenicio e punico queste credenze emergono soprattutto dalle necropoli e dai rituali funerari. In questo campo la Sardegna ha offerto negli ultimi anni scoperte particolarmente importanti, che aiutano a comprendere come venivano ricordati i defunti e quale ruolo potevano assumere dopo la morte.
Uno dei casi più interessanti proviene dalla necropoli punica di Sulcis, nell’attuale Sant’Antioco. Qui gli archeologi hanno scoperto una tomba databile alla seconda metà del V secolo a.C., un sepolcro monumentale che racconta molto sulle idee religiose dell’epoca. La tomba, identificata come numero 7, è costituita da una grande camera funeraria con pianta trapezoidale, accessibile attraverso un corridoio gradinato. Al centro si trova un pilastro, mentre le pareti presentano nicchie e una falsa porta, elementi decorativi tipici di architetture funerarie simboliche.
La parte più spettacolare della tomba è però un altorilievo scolpito sul pilastro centrale. L’immagine raffigura un uomo che avanza frontalmente, vestito con un corto gonnellino e arricchito da bracciali e accessori. Il personaggio tiene in mano un rotolo e un piccolo contenitore legato al polso. I dettagli del volto, dei capelli e degli oggetti sono sottolineati con pittura rossa e nera.
Lo stile dell’opera richiama chiaramente l’arte egiziana, ma secondo gli studiosi l’ispirazione non arriva direttamente dall’Egitto. Piuttosto, il modello sembra provenire dal mondo fenicio e cipriota del Mediterraneo orientale, dove l’influenza egizia era stata rielaborata in una forma artistica locale. Sculture simili sono infatti note anche in altri territori coloniali fenici, come Malta e la Sicilia.

Sid, il Sardus Pater

All’interno della tomba è stato inoltre trovato un sarcofago ligneo molto deteriorato, che probabilmente presentava sulla parte superiore un’immagine simile a quella scolpita sul pilastro. Questo dettaglio rafforza l’idea che la figura rappresentata fosse strettamente legata al defunto sepolto nella camera funeraria.
Gli studiosi si sono chiesti a lungo quale fosse il significato dell’immagine. Una prima ipotesi vede nella figura un demone o uno spirito protettore del sepolcro, incaricato di custodire il defunto e accompagnarne l’anima nel viaggio nell’aldilà. Tuttavia l’interpretazione più convincente è un’altra: il personaggio rappresenterebbe il defunto stesso, raffigurato in una forma eroizzata, quasi divina.
Questa interpretazione è sostenuta da diversi indizi. La tomba sembra essere stata destinata a una sola deposizione, segno che il sepolto doveva essere una persona di grande prestigio. Inoltre nella camera sono stati trovati resti di uccelli e di uova, probabilmente utilizzati durante rituali funerari legati all’idea di rinascita o rigenerazione nell’aldilà.
Il caso di Sulcis non è isolato. Altri rilievi simili sono stati trovati nella stessa necropoli e nel vicino centro di Monte Sirai. Queste sculture suggeriscono che nella Sardegna punica esistesse una particolare attenzione verso la commemorazione di personaggi illustri dopo la morte.
Per capire meglio questo fenomeno bisogna guardare anche al contesto religioso più ampio del mondo fenicio. Durante l’età punica, soprattutto dopo la conquista cartaginese della Sardegna nel V secolo a.C., si diffonde nell’isola il culto del dio Sid. Questa divinità aveva caratteristiche particolari: era considerata una sorta di “padre” dinastico e veniva identificata dai Romani con Sardus Pater, l’eroe leggendario da cui deriverebbe il nome stesso della Sardegna.

Gli antenati proteggono la comunità

Sid non era una divinità qualsiasi. La sua figura richiama antiche tradizioni religiose del Vicino Oriente, dove alcuni re, guerrieri o eroi potevano essere divinizzati dopo la morte. In questo senso Sid rappresenta un modello di antenato eroico, un protettore che agisce anche dopo la scomparsa.
Queste idee hanno radici ancora più antiche nella cultura siro-palestinese. Nei testi di Ugarit, compaiono i Rapiuma o Refaim, una categoria di defunti illustri che, dopo la morte, continuavano a esercitare una funzione benefica per i vivi. Il loro ruolo è collegato al mito del dio Baal, che scende negli inferi e ritorna alla vita, diventando il capo di queste figure eroiche.
Nel mondo fenicio tali concezioni influenzarono diverse divinità, come Melqart, Eshmun e lo stesso Sid.
In Sardegna, invece, queste concezioni sembrano aver trovato un terreno fertile. L’isola possedeva già una lunga tradizione di celebrazione degli antenati, come dimostrano le statue monumentali di Mont’e Prama e molte figure della bronzistica nuragica, che raffigurano guerrieri, sacerdoti e personaggi di rango.
L’incontro tra la cultura fenicio-punica e quella nuragica potrebbe quindi aver favorito lo sviluppo di nuove forme di culto dedicate a personaggi eminenti della società. Le sculture funerarie di Sulcis sembrano inserirsi proprio in questo contesto: immagini che trasformano il defunto in una figura eroica.
In altre parole, nella Sardegna punica alcuni individui di alto rango potevano essere ricordati non solo come morti, ma come antenati potenti, capaci di continuare a proteggere la comunità.
Il territorio del Sulcis, con centri come Sulky, Monte Sirai e Antas, appare così come un laboratorio culturale dove tradizioni orientali, influenze cartaginesi e memorie locali si sono incontrate. Il risultato è un sistema religioso complesso, in cui il culto degli antenati, degli eroi e delle divinità si intreccia in modo originale, offrendo uno sguardo prezioso sulle credenze dell’antica Sardegna.

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