
Il mare ha sempre restituito una varietà di materiali di grande interesse per archeologi e studiosi, tra cui spicca l’ancora di pietra, un oggetto che affascina per la sua longevità e per il valore intrinseco che racchiude. Gli studi hanno permesso di catalogare diverse tipologie di ancore in pietra, che possono essere suddivise in tre grandi categorie. La prima include le pietre piatte con uno o più fori, in cui si inserivano spezzoni di legno per legare la fune (calumi); la seconda riguarda le pietre meno lavorate, con un incavo al centro per fissare la fune, utilizzate come corpi morti (mazzere); la terza tipologia comprende pietre rettangolari, che non sono vere e proprie ancore ma parti di esse, come marre fissate a un fuso in legno.
Esiste anche un sottogruppo di pietre di forma incerta, probabilmente usate come ancore o corpi morti d’emergenza, che, pur essendo difficili da riconoscere senza un contesto archeologico subacqueo, presentano fori passanti o restringimenti utili per la trattenuta del cavo. Gli studiosi ipotizzano che le prime pietre appartengano a un periodo molto antico, dal Neolitico fino all’età del Ferro, mentre le seconde siano state utilizzate fino ai giorni nostri come corpi morti per piccole imbarcazioni. Le terze, infine, sarebbero precedenti alle marre di piombo romane.
Questa ricerca si concentra su una particolare tipologia di ancore del primo gruppo: le pietre piatte che presentano uno o più fori passanti, spesso con un foro singolo nella parte più stretta. La maggior parte dei ritrovamenti di pietre con un solo foro proviene da fondali marini, con rare eccezioni in contesti terrestri. Le pietre più piccole, di peso generalmente tra 5 e 70 kg, venivano utilizzate per piccole imbarcazioni. L’ipotesi è che queste pietre venissero impiegate come corpi morti, forse con un peso aggiuntivo per aumentarne la tenuta, come avviene tuttora tra i pescatori. Per quanto riguarda i ritrovamenti terrestri, queste pietre forate sono di difficile datazione e interpretazione in quanto un uso loro interessante riguarda la trebbiatura del grano, un’attività che si è svolta fino al XX secolo in alcune aree d’Italia. In questo caso, una pietra piana con un foro veniva trascinata da animali per battere il grano sull’aia. Sebbene tali pietre siano distinte dalle ancore per la superficie liscia e le scanalature decorative, è interessante notare che anche in questo caso l’uso della pietra risale a tempi antichissimi, probabilmente ai primordi della coltivazione dei cereali e dell’addomesticamento degli animali. Queste pietre da trebbiatura, sebbene talvolta confuse con le ancore, presentano caratteristiche specifiche, come incisioni orizzontali o diagonali, che permettono di riconoscerle come attrezzi agricoli, una tradizione che risale a epoche preistoriche.
In Sardegna, la presenza di grano (Triticum monococcum, dicoccum e vulgare) risale al Neolitico e si estende fino all’Età del Ferro, con ritrovamenti di grano e orzo in contesti nuragici. Tuttavia, l’uso degli strumenti specifici per la coltivazione e la trebbiatura resta poco documentato, con la mancanza di pietre da trebbiatura o attrezzi riconoscibili come tali nel materiale archeologico rinvenuto. Nonostante ciò, si può ipotizzare che le pietre da trebbiatura siano state utilizzate fin dal Bronzo.
Nel Mediterraneo, diverse raffigurazioni egiziane documentano pratiche agricole legate al ciclo del grano. Un dipinto nella tomba di Menna (XV a.C.) mostra la trebbiatura del grano con l’uso di buoi, senza l’impiego di pietre da trebbiatura. Anche in Palestina, nella Bibbia, si fa riferimento all’uso di un bastone per battere il frumento, suggerendo tecniche agricole variabili. La varietà delle pratiche agricole nel mondo antico è, quindi, ben documentata, ma non si fa mai esplicito riferimento all’uso di pietre per la trebbiatura.
In epoca punica, le informazioni sulla cerealicoltura sono scarse, ma alcuni indizi, come le spighe di argento trovate nel Nuraghe Genna Maria, testimoniano la coltivazione di cereali. L’analisi delle fonti classiche rivela varie tecniche di trebbiatura nell’antica Roma, come l’uso di triboli e pertiche, ma non si menziona l’uso di pietre da trebbiatura, suggerendo che, sebbene non documentato nei testi, questo metodo potrebbe essere stato utilizzato.
Nel XIX secolo, l’antropologo Gemelli descrive l’uso di una pietra cilindrica scanalata per la trebbiatura in Sardegna, in particolare nelle aree più povere, dove i contadini usavano pietre rudimentali per la lavorazione del grano. Questo metodo è stato confermato da successivi autori e continuò fino al XX secolo, quando l’uso di attrezzi meccanici cominciò a soppiantare quello delle pietre. Le pietre da trebbiatura si evolvettero nel tempo, diventando più regolari, ma il loro uso rimase radicato nelle tradizioni agricole locali.
Numerosi studi hanno documentato l’uso delle pietre da trebbiatura, ancora oggi in alcune aree della Sardegna. Località come Tresnuraghes confermano tramite tradizioni orali che questi strumenti erano utilizzati fino agli inizi del Novecento. Nel 2000, a Sanluri, è stata ritrovata una pietra da trebbiatura, che presenta segni di usura e lavorazione, indicando il suo impiego per battere il grano. La pietra, di forma trapezoidale, presenta fori per il fissaggio a un sistema di traino, suggerendo il suo uso come attrezzo agricolo. Sebbene queste pietre non siano documentate nell’antichità, il loro impiego sembra essere sopravvissuto fino ai primi decenni del XX secolo, quando vennero riutilizzate anche come ancore, a testimonianza della loro lunga vita come strumenti utili per l’uomo.