
I luoghi di culto rappresentano una delle testimonianze più significative del periodo che precedette l’epoca dei Giudicati, una delle fasi più importanti della storia sarda. I Giudicati erano delle realtà politiche avanzate per il loro tempo: le loro corti potevano essere paragonate, per livello culturale e istituzionale, a quelle dei contemporanei regni europei.
Col tempo, i Giudicati si trasformarono in veri e propri regni, ciascuno retto da un sovrano chiamato Judike. Il territorio era suddiviso in curatorie, e i villaggi (biddas) erano amministrati da un Maiore. Il potere era esercitato collettivamente attraverso assemblee chiamate Corona de Logu, che includevano il clero e la popolazione. Il sistema giuridico era evoluto: ad esempio, pur essendo ereditaria, l’elezione del nuovo giudice richiedeva l’approvazione della Corona de Logu.
La società era divisa in classi: i liberi (grandi e piccoli proprietari), i coloni e i servi. Questi ultimi godevano di condizioni decisamente migliori rispetto al passato: potevano sposarsi, testimoniare nei processi e avevano un cognome. Si può dire che, nei Giudicati, ci fosse una forma primitiva di democrazia, ben prima dell’affermazione di diritti simili in altre parti d’Europa, basti pensare che in Inghilterra la Magna Carta venne emanata solo nel XIII secolo.
I Giudici furono spesso in conflitto tra loro e alcuni tentarono di unificare l’isola. La Sardegna rimase vulnerabile agli attacchi arabi, e il Papa per difendere le coste sarde chiamò in aiuto le repubbliche marinare di Pisa e Genova che dopo aver sconfitto i nemici approfittarono della situazione per espandere i propri interessi commerciali e ottenere il controllo di ampie zone dell’isola, anche attraverso matrimoni strategici. I Pisani si impadronirono prima della Gallura e poi di Cagliari, mentre i Genovesi si assicurarono il Giudicato di Torres grazie all’influenza di alcune potenti famiglie locali.
Nel frattempo, alcune città come Cagliari, Iglesias, Bosa, Alghero, Sassari e Castelgenovese (l’attuale Castelsardo) si organizzarono in Comuni. Tra tutti i Giudicati, quello di Arborea fu il più longevo e indipendente, sopravvivendo per cinque secoli. I suoi giudici, pur mantenendo rapporti con Pisa e Genova, conservarono l’autonomia. Mariano IV fu uno dei sovrani più illuminati: colto e raffinato, intrattenne relazioni con le principali personalità europee del tempo. Fu lui a dare avvio alla redazione di un codice di leggi (la Carta de Logu) completata poi dalla figlia Eleonora.
Scritta in lingua volgare anziché in latino, la Carta de Logu raccoglieva norme civili e penali moderne, tanto da essere adottata anche dagli aragonesi, dagli spagnoli e dai piemontesi, restando in vigore fino al 1827, e forse ispirando i principi della Magna Carta inglese.
Nel 1297, per risolvere alcune tensioni mediterranee, il Papa istituì il Regnum Sardiniae et Corsicae e lo assegnò al re di Catalogna e Aragona, che però dovette conquistarlo in armi nel 1323, scatenando un conflitto con i Giudicati. L’Arborea inizialmente fu alleata della Corona d’Aragona, ma in seguito, a causa della pesante dominazione, si ribellò. A guidare la resistenza furono prima Mariano e poi Eleonora, figura leggendaria della storia sarda, il cui regno durò dal 1383 fino alla sua morte nei primi anni del Quattrocento.
Per ciò che riguarda le testimonianze archeologiche e monumentali, i principali musei e siti sardi custodiscono importanti reperti dei periodi neolitico e delle età dei metalli, mentre per le epoche bizantina e giudicale, le testimonianze sono rappresentate da chiese, in particolare San Saturnino a Cagliari, San Giovanni di Sinis e le catacombe di Sant’Antioco, tutte risalenti al V secolo e in origine utilizzate come monasteri.
A Cagliari, furono i monaci vittorini a ricostruire la chiesa nel 1089 in stile romanico-provenzale, dedicandola a San Saturnino, vescovo di Tolosa, venerato in Francia meridionale e in Spagna. Dell’edificio originario è rimasta solo la cupola. Recentemente è stato effettuato un intervento di restauro e, nella piazza antistante, sono emersi importanti reperti archeologici.
Anche la chiesa di Sant’Antioco fu ricostruita dai monaci vittorini sui resti di un edificio paleocristiano.
La chiesa di San Giovanni di Sinis, situata nei pressi di Cabras lungo la strada per Tharros, fu edificata nell’XI secolo sopra i resti dell’edificio di culto bizantino del V secolo. Fu costruita utilizzando conci di arenaria provenienti dalle antiche mura della città di Tharros. L’edificio presenta una pianta a croce latina, in origine a croce greca, con tre navate coperte da volte a botte. Al centro si conserva la parte più antica della struttura, caratterizzata da quattro colonne e una copertura a cupola.
Non si conosce con certezza a quale ordine appartenessero i monaci legati alla chiesa, ma è possibile che fossero camaldolesi, presenti nella vicina Bonarcado, dove si trovano due importanti edifici religiosi: la chiesa romanica di Santa Maria di Bonacattu, risalente al XII secolo, e il santuario della Madonna di Bonacattu, d’origine bizantina (VII secolo), costruito su strutture nuragiche e romane preesistenti e rimaneggiato nel XIII secolo.
Sempre nella zona dell’Oristanese, vicino a Simaxis, sorge la chiesa bizantina di San Teodoro, che presenta una pianta a croce greca, copertura a botte e cupola centrale. L’edificio è stato restaurato di recente.
Nel nord della Sardegna, nei pressi di Siligo, si trova la piccola chiesa di Santa Maria di Bubalis, nota anche come chiesa di Mesumundu. Edificata nel VII secolo sopra un impianto termale romano, è uno dei rari esempi di architettura bizantina dell’isola. Successivamente divenne proprietà dei monaci di Montecassino.
Non lontano, sul Monte Santo, si erge la chiesa dei Santi Elia ed Enoch, costruita dai monaci cassinesi nel 1063, su invito del giudice Barisone, che concesse loro terre e privilegi per il loro primo insediamento in Sardegna. Sono ancora visibili i resti dell’antico convento.
Procedendo verso Cossoine, si incontra la chiesa di Santa Maria Iscalas, uno dei migliori esempi di architettura bizantina nella Sardegna settentrionale, successivamente appartenuta ai camaldolesi.
A Iglesias si trova la chiesetta di San Salvatore, di epoca tardo-bizantina, purtroppo oggi in stato di abbandono e in rovina. Nella zona del Sulcis, vicino a Nuxis, si conserva la chiesa di Sant’Elia, anch’essa bizantina, databile tra il X e l’XI secolo.
Il periodo bizantino ha lasciato tracce non solo architettoniche ma anche culturali: numerose usanze e tradizioni popolari risalgono a quell’epoca, come quelle legate ai miliziani di Sant’Efisio.
L’arte romanica si diffuse in Europa e in Sardegna tra la fine dell’XI e il XIII secolo, quando fu gradualmente sostituita dallo stile gotico. Le chiese romaniche sono numerose, spesso di grande fascino, e colpiscono soprattutto per il contesto in cui si trovano: immerse nelle campagne, in piccoli centri rurali o inserite nel tessuto urbano.


