
La fantasia aiuta, dà una mano. Ma quando a sostenere una tesi così ardita da sconfinare nell’eresia, ossia che tutto ciò che è uscito dalle mani dell’uomo, da Adamo in poi, fosse a colori, statue di Mont’e Prama comprese, è stato Ercole Contu, decano dell’archeologia sarda e studioso di statura internazionale, valeva la pena fermarsi a riflettere. E magari a ripensare quel bianco abbagliante, su fondo nero, di raffinato gusto quasi xilografico, che ancora oggi incanta i visitatori delle statue dei pugilatori, degli arcieri e dei guerrieri. Un bianco che, secondo Contu, non è mai stato originario.
Il professor Contu, scomparso negli ultimi anni dopo una lunghissima carriera, è stato una delle figure centrali dell’archeologia mediterranea del Novecento. Nato nel 1924, ha attraversato da protagonista oltre mezzo secolo di studi e scavi. Fu lui a scoprire nel 1952 l’altare preistorico di Monte d’Accoddi; gli interventi sul campo lo portarono dalla Sardegna alla Grecia. Insegnante, scrittore, studioso rigoroso, professore emerito, ha mantenuto fino all’ultimo una curiosità intellettuale vivissima.
All’Antiquarium Arborense di Oristano, in uno degli ultimi interventi pubblici rimasti nella memoria di chi lo ha ascoltato, Contu affascinò il pubblico affrontando un tema destinato a far discutere: la policromia delle statue di Mont’e Prama. In altre parole: quei colossi oggi candidi come il marmo erano davvero bianchi, o in origine dipinti? Per Contu la risposta non lasciava spazio a dubbi: erano colorati. E per dimostrarlo si divertì a proiettarne versioni ricostruite digitalmente. Volti con guance più scure, occhi grandi e marcati, barbe nere e folte, gambe tendenti al giallo. Statue improvvisamente vive.
«Quella del colore è una delle due grandi scuole di pensiero che hanno acceso polemiche infinite», ricordava allora Momo Zucca introducendo l’incontro. Polemiche dalle quali Contu non si è mai sottratto.
Uomo “cresciuto in ragione e scienza”, come amava definirsi, affrontava la questione partendo da un assunto netto: «È impossibile che le statue non fossero dipinte. Il fatto che oggi siano bianche non significa nulla: i colori, col tempo, scompaiono». E di tempo, nel caso di Mont’e Prama, ne è passato molto visto che hanno quasi tremila anni.
Contu affermava con sicurezza: «Le statue erano riccamente colorate, perché non esiste una sola statua antica che non lo fosse». Da qui una lunga serie di esempi: l’Ara Pacis, la Colonna Traiana, quella Antonina. Tutte policrome. «Le statue sono dipinte fin dal Neolitico. L’idea del bianco nasce nel Settecento, per colpa di uno studioso tedesco». Un’aberrazione, secondo lui. «Mai visto un santo senza colore. Il vaso greco è dipinto. Le statue greche e romane pure. I Bronzi di Riace? Colorati anche loro. Se quelle di Mont’e Prama fossero nate bianche, sarebbe un miracolo. O una sciocchezza».
Tra ironia e rigore scientifico, Contu mostrava gli accostamenti: i guerrieri nuragici prima candidi, poi rossi, gialli, con barbe nere come la pece e occhi cerchiati. «Cambia tutto. Cambia l’espressione». Non più figure statiche, ma guerrieri che «non si difendono: attaccano».
Ma come si può parlare di colore in opere vecchie di tremila anni? «Osservando i dettagli», spiegava. «Dettagli che senza il colore non avrebbero senso». Nella sua “cavalcata universale”, come la definiva, Contu arrivava a collegare stilizzazioni lontane nel tempo e nello spazio, dai santi indiani ai ritratti del potere: «Ci sono forme che attraversano i secoli senza confini».
La discussione, ne era consapevole, sarebbe rimasta aperta. Ma di una cosa chi lo ha conosciuto è certo: Ercole Contu non avrebbe ceduto di un solo centimetro sul colore. Nemmeno dopo la sua scomparsa, la polemica che ha acceso sembra destinata a spegnersi.


