DICE MONTALBANO. Lo tsunami nei nuraghi

Tsunami a Barumini

L’affascinante enigma di Atlantide ha fatto breccia anche in Sardegna, alimentato da decine di teorie più o meno fantasiose. Tuttavia, la ricerca scientifica deve restare ancorata ai dati concreti forniti dagli scavi archeologici, lasciando da parte ipotesi prive di riscontri, come quella secondo cui un gigantesco tsunami avrebbe colpito l’isola poco dopo il 1200 a.C., provocando la fine della civiltà nuragica.
Alcuni autori hanno proposto un’equivalenza suggestiva ma infondata: identificare la Sardegna dell’età del Bronzo con la mitica Atlantide descritta da Platone, annientata – secondo il mito – da Poseidone tramite un’immensa onda marina. Da questa narrazione deriva l’idea che la scomparsa dei nuraghi e del sistema sociale nuragico sia dovuta a una catastrofe naturale, nello specifico a uno tsunami.
Ma nel passaggio dal mito alla storia, è necessario affidarsi ai dati concreti offerti dalla ricerca scientifica. L’archeologia, infatti, è una scienza interpretativa che adotta un metodo sperimentale mutuato dalla geologia: il metodo stratigrafico. Questo metodo si basa sull’osservazione che gli eventi naturali e le attività umane si depositano nel terreno in strati sovrapposti, dove quelli più recenti si trovano sopra e quelli più antichi più in profondità.

Gli scavi di Lilliu

I sostenitori dell’ipotesi atlantidea affermano che vi siano evidenze stratigrafiche di uno tsunami negli scavi di importanti siti nuragici come Su Nuraxi di Barumini e Genna Maria di Villanovaforru. Tuttavia, l’analisi dei dati archeologici contraddice queste ipotesi.
Giovanni Lilliu, che scavò Su Nuraxi dal 1950, applicò rigorosamente il metodo stratigrafico e documentò con precisione i contesti rinvenuti. Già nel 1955 erano disponibili dati sufficienti a valutare la stratigrafia del sito. Un elemento evidente è che la torre centrale del nuraghe, alta 14 metri, era parzialmente visibile già prima dello scavo, come mostrano chiaramente le foto d’epoca in bianco e nero: le pietre superiori erano esposte e non sepolte da un ipotetico strato alluvionale alto 30 metri.
Lilliu dettagliò i depositi, costituiti da una successione di livelli di uso umano alternati a fasi di abbandono, distribuiti lungo un arco cronologico che va dall’età del Bronzo fino al periodo medievale. Non si tratta quindi di un deposito naturale lasciato da un’onda di marea, ma di sedimenti legati all’attività e alla storia umana.
Anche gli interventi più recenti, con sondaggi effettuati sotto le capanne risalenti al 1000 a.C., hanno esplorato gli strati di crollo fino alla roccia di base. È stato identificato un livello di circa un metro, composto da pietre lavorate cadute dall’alto del nuraghe, mescolate con terra, ciottoli e materiale grezzo. Nessuna traccia di alluvioni né, tantomeno, di tsunami.

Nessuna prova archeologica nè geologica

Lo stesso vale per il nuraghe Genna Maria e il vicino villaggio di capanne: anche in questo caso, l’insediamento del X-IX secolo a.C. si imposta su strati di crollo, analoghi a quelli osservati a Barumini. E, come è logico attendersi da un sito situato a oltre 400 metri sul livello del mare, non vi è alcuna traccia di depositi alluvionali.
Come si può sostenere, allora, che uno tsunami alto 500 metri abbia colpito la sola Sardegna, senza lasciare alcuna traccia nei territori circostanti del Mediterraneo occidentale? E com’è possibile che archeologi e geologi non abbiano rilevato un evento di portata tanto distruttiva, se davvero fosse accaduto?
La risposta, al momento, è chiara: non esistono evidenze archeologiche o geologiche a supporto dell’ipotesi di uno tsunami catastrofico come causa del declino della civiltà nuragica. La storia affascinante di Atlantide, per quanto suggestiva, appartiene al mito. La scienza, invece, cammina su basi solide, fatte di dati, metodi e verifiche.

prova
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